Trap e periferie: come il rap è tornato nei quartieri

Da ragazzi nati nei ’90, svezzati musicalmente aspettando che passasse Applausi Per Fibra o Dentro La Scatola su mtv, abbiamo cercato un suono che incarnasse il ribellismo adolescenziale, che definisse valori alternativi o contrapposti a quelli che cercavano di imporre professori e genitori.

Ognuno di noi ha poi seguito il proprio percorso di esplorazione musicale cercando le note che lo rappresentassero, influenzato dagli scambi via bluethoot dai “fratelli maggiori” conosciuti nelle piazze e nei parchetti. Il rap si è diffuso per l’immediatezza nel veicolare i messaggi, perché è tutto sommato facile mettersi in cerchio con il beat sul telefonino e cercare di imitare i propri “idoli” mettendo in rima i propri desideri e le proprie paure.

Se c’è qualcuno che è stato in grado di rivolgersi alle masse popolari, alla pancia di questo paese, quelli sono stati i Dogo, insieme a Marracash, i Co’ Sang e pochi altri.

Linguaggio diretto, narrativa di strada, slang e dresscode da “zarro”, ostentazione del successo: i Club Dogo sono diventati gli idoli della “seconda generazione” dell’hiphop, riuscendo a portare tematiche di disagio sociale, droga e criminalità nelle radio e nei salotti televisivi.
Quello che in america avevano fatto artisti come Tupac e Biggie (anche se il paragone potrebbe suonare forzato), una tappa che il mainstream italiano aveva cercato di saltare grazie a Jovanotti e agli spaghetti funk degli Articolo 31.

Spesso e volentieri l’industria musicale italiana ha portato l’hiphop a cadere veramente in basso. Penso agli anni ’10 del “rap futuristico” di Fibra, dei Dogo che invece di scrivere canzoni decenti giocavano a P.E.S., del primo Fedez, di Emis Killa che canta Maracanà manco fosse un film di Boldi e De Sica, coniugando per sempre l’hiphop alla musica di merda che solo l’Italia sa regalare.

Così il rap italiano ha continuato ad evolversi lontano dal mainstream, impostando livelli sempre più alti di metriche, cercando la “matematica della grammatica” più accurata: una scrittura sempre più complessa e articolata, sofisticata nei linguaggi e nei riferimenti.
In questo modo l’hiphop ha raggiunto vette qualitative mai toccate prima, ma si è reso incomprensibile a quella massa di ragazzini invasati, rimasti senza un orizzonte musicale che sapesse incarnare i bisogni sopra citati.

Ed è qui che esplode la bomba della trap, che scompagina le carte e ridefinisce i requisiti per accedere attivamente o passivamente alla musica. Fanculo la tecnica, fanculo le rime, fanculo il linguaggio ricercato: devi soltanto condividere il messaggio di frustrazione e desiderio, espresso tanto dai beat quanto dalle poche e rindondati parole.

Il rap ritorna ad essere alla portata di tutti: anche di chi non ha finito la scuola per lavorare, anche di chi non conosce a pieno la lingua italiana, anche di chi non ha mai sentito parlare né di Baudelaire né di Nas.
Il rapper di successo, quello che ha “svoltato”, diventa un faro per quelli che non hanno niente, cresciuti come lui nei deserti sociali ai margini delle grandi città come Cinisello Balsamo o Cogoleto. Allo stesso tempo però può essere ammirato anche dai figli delle classi medie ed alte, che possono facilmente riconoscersi nei brand e nel lusso ostentato da queste “trap-star”.

La poetica del blocco, l’appartenenza al quartiere, il senso di comunità della crew (che ora si chiama gang) è più che mai vivo tra i giovani e i giovanissimi. Allora noi, nati negli anni ‘90, possiamo ritrovare gli stessi impulsi che cercavamo con In The Panchine o con Mi Fist, riproposti in una nuova chiave, altrettanto dirompente, carica dello stesso rifiuto, odio e tamarranza.

I quartieri cambiano e con essi cambiano le generazioni, i gusti e le emozioni sprigionate dalla musica. Ma probabilmente quella voglia di spaccare tutto da adolescente di periferia è qui per restare.