Valeria Appendino – Illustro chi illustra

Questa settimana, con “Illustro chi illustra“, andiamo alla scoperta di Valeria Appendino (@valeriaappendino).
Solo adesso che rileggo mi rendo conto di quanto il suo “nome d’arte” sia eccezionale, ma credo saremo tutti d’accordo nel dire che i suoi disegni lo sono ancora di più.

Ecco qua che cosa mi ha raccontato.

Racconta chi sei, dove vivi, come ti identifichi nel mondo dell’arte e qual è il tuo percorso accademico. Mi chiamo Valeria Appendino, in arte Valeria Appendino, ho 26 anni e vivo a Sommariva del Bosco, un paesino in provincia di Cuneo, in Piemonte. Sono un’illustratrice e sto provando anche ad essere, anche,  una fumettista. Non ho mai intrapreso un percorso accademico incentrato sull’arte, mi sono diplomata al liceo psicopedacoso e in seguito ho studiato Lettere, però per un annetto ho preso lezioni di disegno presso un’associazione che si chiama YAM, a Carmagnola, vicino a dove vivo, da una signora molto gentile che si chiama Cinzia. 

Che musica ascolti mentre disegni? Consigliaci un pezzo. Non c’è proprio un genere specifico che ascolto, dipende molto dal mio umore e da cosa sto disegnando. Mi piacerebbe un sacco che i disegni potessero avere una colonna sonora. Ultimamente ho ascoltato parecchio “Il Mio DJ” dei Subsonica, gruppo della mia adolescenza, “Amanda Lear” dei Baustelle e soprattutto “Don’t Let Me Be Misunderstood” dei Santa Esmeralda.

Quali sono il tuo materiale preferito su cui disegnare e il tuo strumento preferito con cui disegnare? Ora come ora direi che il mio materiale preferito è qualsiasi pezzo di carta che mi capiti sotto al naso e il mio strumento preferito è una qualsiasi matita pescata a caso. La fase che preferisco del lavoro è quella dello schizzo iniziale, in cui scarabocchio su un foglio una versione un po’ a caso dell’idea che avevo in mente. A volte nemmeno ho l’idea di partenza, la costruisco sulla base degli scarabocchi. Cerco di non rimaneggiare mai troppo la bozza, spesso le prime linee che tiro sono quelle che mi piacciono di più, pure se sono molto grezze e infantili. Le mie bozze sembrano i disegni di un bambino che non ha ancora imparato a non calcare troppo con la matita.

Quanto cambia il tuo lavoro se è su commissione? Come lo sviluppi se è un processo creativo forzato? Le commissioni in genere non mi dispiacciono, anche se a volte  mi capita di odiarle profondamente. Io sono un’illustratrice, lavoro che comporta sempre partire da un testo, che spesso non è mio. Il mio lavoro cambia nei termini in cui non posso partire per la tangente e devo attenermi al contenuto del testo. Però io credo che con un po’ di inventiva si possa riuscire a trovare una soluzione e fare comunque una cosa che ci soddisfa e ci rispecchia. Forzare il processo creativo non è sempre un male, anzi, penso sia un buon allenamento per imparare ad uscire dalla propria zona di confort. Poi, certo, è importante capire in che campo si vuole lavorare e in più si spera sempre che il committente sia ragionevole e rispetti la nostra parte di lavoro. Una cosa che ho imparato a mie spese è che bisogna stare molto attenti a selezionare i committenti, per non ritrovarsi in situazioni spiacevoli e mortificanti, soprattutto all’inizio, quando chi ci chiede un lavoro vorrebbe pagarci poco o niente. 

Ti piacciono i tuoi vecchi lavori? Ogni quanto vedi un salto di qualità? So che può sembrare strano, ma i miei vecchi lavori mi piacciono quasi tutti. Sono stati passi necessari per arrivare dove sono adesso e allo stesso modo sono consapevole che i miei lavori di adesso non sono altro che passi che mi porteranno altrove. Certo, con l’occhio di oggi, quei disegni non li ritengo più sufficientemente buoni, ma so anche che era il massimo che ero in grado di fare per gli strumenti e le conoscenze che avevo in quel momento. Soprattutto negli ultimi due anni mi sono impegnata tantissimo e nel giro di pochi mesi, che a me sembrano anni, sono cambiata molto. Insomma, ce l’ho messa tutta per migliorare. Come faccio a guardare negli occhi una persona che ha dato tutto ciò ci cui e capace, la persona che mi ha portata sulle spalle fino a qui, e dirle “non mi piace”? Se mi senti: mi piace, brava, non mollare.

Quanto è cambiato il tuo sguardo sulle cose da quando lo hai finalizzato alla riproduzione di ciò che vedi? Quando voglio disegnare qualcosa o qualcuno faccio molta attenzione alle linee e alle geometrie. Cerco di essere sintetica, di concentrarmi  su quei pochi elementi che mi sembra conferiscano il “carattere” e li esaspero. È come se i volti, i corpi e le forme di persone e oggetti che mi piacciono avessero equilibri e particolarità nascoste e io spremendoli potessi crearne un concentrato.  Ecco, poi cerco anche di appagare il desiderio di cibi, vestiti, capigliature e corpi che non posso avere. Disegnandoli mi sento meglio, come se avessi reso tutte quelle cose un po’ mie. Praticamente una rapina.

Quale è stato il tuo più grande flop inaspettato? E il tuo più grande successo? Flop ne ho avuto qualcuno, tipo non vincere concorsi o partecipare a progetti che sembravano promettenti e poi si sono rivelati delle delusioni, cose così. Non direi che sono stati inaspettati, che le cose possono andare male lo metto sempre in conto, sono una persona abbastanza razionale, è difficile che mi lasci trascinare dall’entusiasmo. Credo che il mio flop peggiore sia stato amare il disegno da tutta la vita, ma decidere di dedicarmici in modo serio solo a 24 anni. Però, penso che se le cose non fossero andate così adesso non sarei la persona che sono, quella che sta provando a realizzare i propri sogni, quindi non cambierei nulla. Il mio più grande successo ve lo dirò quando lo vedrò con i miei occhi, magari tra qualche mese, chi lo sa.