Shibumi: Lucci e Ford si prendono l’ultima ripresa – Recensione

Lucci l’ho scoperto in tempi relativamente recenti ma mi ha intrigato subito: sarà che sono un amante delle registrazioni pulite e questo è sempre stato un punto forte del rapper romano, sia da solista che insieme ai Brokenspeakers. La pulizia del suono e la cura dei dettagli che lo contraddistingue trova sintesi in Shibumi, l’ultimo album rilasciato insieme al suo ormai fidato producer Ford78.

Shibumi, lo abbiamo già detto, non ha una precisa traduzione nella nostra lingua, quanto meno non è sintetizzabile in una sola parola, diciamo che è una parola giapponese che indica la ricerca della cura per i dettagli che porta a scoprire la bellezza dietro gli oggetti o le esperienze più comuni, una sorta di perturbante freudiano al contrario.

Detta sinceramente avevo un po’ paura per questo disco, paura perchè la sua storia è stata simile per certi versi a quella dell’ultimo lavoro di Mezzosangue: entrambi romani, entrambi hanno annunciato il progetto qualche anno fa e entrambi appartenenti alla cosiddetta vecchia scuola. C’era il pericolo di far uscire qualcosa che non avrebbe trovato il giusto spazio nel panorama musicale del 2018, ma per fortuna i singoli mi hanno tranquillizzato.

Per riprendere il parallelismo pugilistico del titolo Lucci ha regalato un’altra ripresa all’old school,  questo disco è un uno-due, un gancio-montante in faccia a chi blatera di morte del rap.
Se avete letto la mia recensione di Mowgli di Tedua avrete già intuito che per me è importante che il concept di un album venga mantenuto in tutte le tracce e qui Raffaele Lucci, sostenuto da Ford, lo fa in pieno.

Il rapper romano rispetta una metrica serrata per tutte le 8 tracce dell’album, scivola sul beat come Muhammed Ali volava sul ring, le capacità liriche sono indubbie così come la profondità dei temi trattati che spaziano dal sociale, al writing fino al classico ego trip del rap. Insomma niente di innovativo certamente, ma non mi aspettavo la rivoluzione da Lucci, quantomeno non in questo disco, che però rispetta lo Shibumi: tutto viene trattato in modo maniacale, dagli incastri al lessico e questo era quello che volevo.

Se proprio devo trovare un difetto, forse, l’ultima traccia stona un po’ con tutto il resto del progetto, questo probabilmente è attribuibile alla sopracitata lunga attesa o forse a una precisa scelta stilistica, una virata finale per disorientare l’avversario.

Ford78 ci mette del suo a trasportarci direttamente nella terra del sol levante, ci fa viaggiare in un quadro di Hokusai, campiona suoni di strumenti della tradizione giapponese e ricrea atmosfere degne di molte delle canzoni popolari della più grande isola del Pacifico, il tutto con un suono pulito e lineare ma dalle sonorità intriganti e ricercate.

Insomma, Lucci contro il nuovo che “non avanza”: in questa sua sfida contro la nuova generazione a colpi di liriche si è preso il suo round, come Mayweather contro MacGregor, e ha portato a casa la vittoria ai punti.

Anche se siete cultori delle nuove sonorità e della nuova scuola date un’ascolto a questo album, levigato con la pietra pomice.