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L’ipocrisia di Biden nello strumentalizzare MF DOOM

Fino a qualche ora fa in America stavano rifinendo gli ultimi dettagli per la cerimonia di inaugurazione del presidente eletto Joe Biden. Tra questi la colonna sonora che sembra sia costituita da una gamma di artisti hip hop e non solo: da Kendrick Lamar a Bob Marley ai A Tribe Called Quest fino al compianto MF DOOM di cui abbiamo appreso la scomparsa lo scorso dicembre. Eppure è proprio la presenza di quest’ultimo a far sorgere qualche perplessità. Fuori da ogni ragionevole dubbio l’intento di una playlist del genere è quello di presentare il nuovo presidente come un alleato, del resto nel 2020 abbiamo assistito alle notevoli proteste e manifestazioni da parte di Black Lives Matter e la strizzata d’occhio al movimento calzerebbe a pennello per una degna entrata in carica.  Tuttavia qualche fan del rapper si è risentito per la scelta di inserire DOOM alla cerimonia per Biden a causa del motivo che “li lega”.

Nel 2010 infatti, durante il mandato di Obama che vedeva Joe Biden come vicepresidente, a MF DOOM è stato negato il rientro negli USA dall’Immigration and Customs Enforcement (ICE) motivo per il quale l’artista ha vissuto gli ultimi dieci anni in esilio. Sebbene sia nato a Londra si è trasferito con sua madre a New York quando era solo un bambino (e ha sempre sostenuto che i suoi genitori non avessero alcuna affiliazione con l’identità culturale britannica). Dopo aver completato un tour in Europa l’ICE gli ha impedito di rientrare nel Paese dove aveva vissuto per quasi quarant’anni sostenendo che aveva risieduto illegalmente negli Stati Uniti.

“MF DOOM è morto in una paese straniero perché il presidente di Joe Biden non gli ha permesso di tornare in patria”. Queste sono le parole lanciate su Twitter da un fan, o ancora: “Era un’amministrazione democratica quella di cui Biden faceva parte come vicepresidente che negava a MF Doom di poter tornare negli Stati Uniti con la sua famiglia. E’ incredibile che qualcuno possa pensare che si sentirebbe onorato ad essere ricordato in questo modo incongruo.”

Il rapper è stata una fra le milioni di persone respinte sotto l’amministrazione Obama-Biden e se l’operato di Trump è stato, giustamente, sotto i riflettori per le sue politiche anti-immigrazione, basti ricordare la vicenda di 21 Savage il quale tuttora si batte affinché agli immigrati nei centri di detenzione sia garantita una consulenza legale, è passato sempre troppo in sordina quanto attuato in precedenza. Pare inoltre che fra le proposte del neo presidente vi sia il cosiddetto “Piano Biden” per l’America Centrale ispirato al “Piano Colombia”, la soluzione militarizzata al problema della droga che ha alimentato enormi quantità di violenza nella nazione. Il Piano Biden vorrebbe privatizzare ulteriormente le economie delle regioni centroamericane già devastate da violenza e povertà cedendo enormi aeree di terra per progetti devastanti dal punto di vista ambientale. Ciò comporterebbe inevitabilmente l’obbligo per molte persone di lasciare le rispettive regioni e, con molta probabilità, cercare rifugio a nord degli Stati Uniti dove non troverebbero politiche d’accoglienza.

Praticamente la solita vecchia e torbida storia solo che a chiudere il cerchio questa volta abbiamo anche la strumentalizzazione della musica di un artista a cui per primo non è stato concesso di tornare nel Paese che considerava casa sua. A chiudere il cerchio abbiamo il nuovo presidente di quel Paese che festeggia l’ingresso alla Casa Bianca con la musica di un artista a cui non ha concesso di rientrare.

This is America.