Recensione di “Storie tra bottiglie e ciminiere” degli Urban Vietcong

Una delle cose che rende gli Urban Vietcong un grandissimo gruppo è sicuramente l’entusiasmo con cui affrontano e vivono ogni contesto. Puoi trovare questi quattro ragazzi livornesi a suonare insieme a gruppi che hanno scritto la storia del punk, come puoi trovarli a suonare per una serata benefit dentro un centro sociale di provincia davanti a 20 persone ma sempre con la stessa carica che ormai li contraddistingue fin dalla nascita.

E se a questa carica uniamo una buona dose di tecnica e di creatività, ecco che viene fuori automaticamente Storie tra bottiglie e ciminiere, secondo album della band labronica.

Dal punto di vista musicale, questo disco è sicuramente poliedrico, un disco che non si può racchiudere in uno specifico sottogenere del punk, ma che spazia continuamente da uno stile all’altro: riff melodici e accordi che sfiorano la ballad da pub uniti a brani tiratissimi e sonorità tipiche dell’oi!-core che si fondono con testi fortemente politicizzati che costituiscono sicuramente il “marchio di fabbrica” (per rimanere in tema working class) del gruppo livornese.

Perchè si, Storie tra bottiglie e ciminiere è sicuramente anche un disco politico che affronta le più svariate tematiche: dal tema delle condizioni di sfruttamento vissute dai lavoratori (Storie tra bottiglie e ciminiere), al sentimento di amore/odio per la propria città (Il mio paradiso, il mio inferno), dalla vita all’interno delle carceri (Gli invisibili), alla Rivoluzione d’Ottobre (Temprati come l’acciaio), senza mai scadere nella banalità, ma anzi, mantenendo un’originalità che purtroppo è sempre più difficile trovare al giorno d’oggi quando si affrontano questi temi.

La tracklist, composta da 10 pezzi, vede al suo interno anche due featuring d’eccezione, Drunken Sailor, cover rivisitata del celebre canto marinaresco irlandese composta insieme ai pavesi Tullamore, e I Dannati della Terra, brano incentrato sulla lotta delle Black Panthers americane che vede la partecipazione del rapper calabrese Kento, il tutto introdotto da 6/1988, una bellissima “poesia in prosa” recitata con un marcato accento livornese che funge da vero e proprio manifesto politico del gruppo: “…di Germania ne preferivo solo una, quella più ad Est…”, giusto per intendersi.

Storie tra bottiglie e ciminiere è sicuramente un disco da avere, ma soprattutto da ascoltare attentamente. Perchè, di questi tempi bui, ogni singola traccia di questo album è un inno a chi continua a lottare quotidianamente contro le ingiustizie e perchè ci racconta di chi, in una piccola città portuale della Toscana, non piega la testa davanti agli oppressori.