Post-modernità e musica: Unknown Pleasures dei Joy Division

Per molti studiosi e filosofi gli anni ’70 del ‘900 sono considerati gli anni della fine della modernità e dell’avvento della postmodernità, trattata per la prima volta nel 1979 da Jean-Francois Lyotard nell’opera ” La Condition Postmoderne: rapport sur le savoir”. Il termine è riferito a una diversa concezione del mondo da parte degli esseri umani, dovuta alla crisi del modello di percezione della modernità e del capitalismo prettamente fordista, all’avvento di un’economia finanziaria che diventa globale e alla nascita di una pubblicità di massa .

Il postmodernismo vuole porre fine alle idee positiviste e Illuministe nate nel 1700, che si scontrarono con gli orrori delle due Guerre mondiali. Ci si trova quindi davanti a un’epoca di incertezze, di frammentazione, di insicurezze, in un mondo che cambia velocemente e con un’economia capitalista che muta radicalmente per non morire utilizzando gli operai come carne da macello in maniera maggiore rispetto anche a quello che avveniva in epoca di capitalismo fordista.


Foto di Jill Furmanovsky, Joy Division al YMCA di Londra nel 1979

Formatisi nel 1977 i Joy Division interpretarono magistralmente il loro tempo e anticiparono i concetti del filosofo francese Lyotard. Nonostante le prime produzioni della band, la loro arte culmina proprio nel 1979 con la pubblicazione del primo vero album, Unknown Pleasures. Un LP di 40 minuti in cui sono presenti in maniera dirompente tutti i temi propri del postmodernismo. Non è un caso che una band come questa sia considerata post-punk, categoria in cui troviamo una band come i Bauhaus di cui abbiamo già parlato, che portava anch’essa contenuti come incertezza e sgretolamento degli ideali classici.


illustrazione di LVME

In questo album, qualsiasi teoria positivista viene distrutta e lasciata del dimenticatoio, in un’epoca in cui tutto cambia all’impazzata, in cui l’identità personale si perde nella massa, in cui il futuro è incerto e in cui non ci sono punti fermi a cui aggrapparsi, in cui l’essere umano è bombardato di costantemente di stimoli che lo portano quasi alla follia. Ian Curtis insieme a Peter Hook e soci interpretano benissimo questo sentimento: il mondo gira così velocemente che non vi è più un modello solido con cui riuscire ad interpretarlo, e non rimane da fare altro che finire nel vortice oscuro di insicurezze che provocano le grandi metropoli centri dei poteri economici e politici.

Durante i 40 minuti di Unknown Pleasures tutto questo viene tradotto in musica grazie al lavoro maniacale del produttore del disco, Martin Hannet, che unisce il suono denso e compatto del basso di Hook alla batteria sorda e omogenea di Morris creando un sound ritmico e scarno, nervoso e angosciante, al quale la voce affilata, strozzata e sofferente di Ian Curtis si unisce alla perfezione.

L’ascoltatore viene quindi trasportato nella realtà quotidiana, in cui l’identità personale di un individuo non riesce ad affermarsi ed è costretto a omologarsi, finendo in un vortice di insicurezze, in cui, dall’alto, in base ai bisogni commerciali del momento, è deciso cosa ti deve piacere, cosa devi odiare e come devi essere per raggiungere la felicità, in cui i rapporti con le altre persone vengono visti solo dal punto di vista dell’utilità per arrivare a un fine.

In questo disco c’è il rifiuto di tutto questo tramite l’espressione di un sentimento di inadeguatezza e di dolore, ma allo stesso c’è anche il limite più grande, ovvero l’incapacità di trovare davvero la svolta per uscirne e cambiare la situazione.