Once Upon A Yard: intervista ad Arianna Rubini ed anteprima della mostra

Arianna Rubini è una fotografa classe 1994 nata a Bologna e cresciuta nelle strade e nei parchetti di Borgo Panigale, nella periferia industriale di Bologna. La fotografia è una passione che coltiva sin da giovanissima e da qualche tempo si è specializzata nel fotografare i writer in azione, intrufolandosi con loro nei depositi ferroviari per documentare il fenomeno in prima persona.

I suoi scatti saranno esposti nella mostra che abbiamo organizzato insieme a The Graffiti Bench per Sabato 15 Dicembre, per l’occasione le abbiamo chiesto l’intervista che trovate di seguito.

1. Ciao Arianna, raccontaci qual’è stato il tuo primissimo approccio al writing e come ti sei avvicinata a questo fenomeno.
Ciao! Il primissimo ricordo che ho a riguardo risale all’estate del ‘99 o del 2000. Ero in vacanza dai miei zii che ai tempi abitavano di fronte a una piccola stazione vicina a Ravenna e mi ricordo che soprattutto la sera dalla finestrina di fianco al mio letto mi perdevo a guardare i treni che passavano, poi un giorno ne vidi uno tutto colorato, probabilmente un end2end, impossibile ricordarmi cosa ci fosse scritto o lo stile dei pezzi ma ciò che conta è che mi piacque tantissimo, tanto che i giorni seguenti ogni volta che potevo tornavo alla finestra nella speranza di vederlo tornare. Ovviamente non ripassò mai, ma quel treno rappresenta uno dei miei ricordi più belli, il momento che ha sancito l’inizio di un interesse che poi si è trasformato in passione. Dopo questo episodio c’è un vuoto che dura fino al 2004 quando mi sono trasferita a Parigi, lì non ci volle molto prima che i bombing sui tetti, le tag ovunque, ma soprattutto i pezzi nei tunnel catturassero la mia attenzione. Quello fu un periodo bellissimo, passavo il viaggio in metropolitana per andare a scuola con il naso incollato al finestrino e fu lì che iniziai a capire che molti dei nomi che leggevo si ripetevano centinaia di volte e appartenevano a qualcuno per il quale questa pratica rappresentava tutto.
Quando sono tornata a vivere a Bologna non ci ho messo molto a entrare in modo concreto all’interno del gioco, ma questa è un’altra storia.

2. Fotografare writer non è esattamente come fotografare matrimoni, quali sono gli accorgimenti tecnici e stilistici che usi per scattare le tue foto?
Quando sono in yard il più delle volte non posso usare l’autofocus quindi devo fare tutto con la messa a fuoco manuale, il che è veramente difficile. Dopo le prime volte che andavo a fotografare i writers ho capito che per fare questo genere di foto, con tutte limitazioni che esse comportano, dovevo elaborare una strategia e ho deciso di usare la stessa tecnica che metto in atto quando scatto in analogico, ovvero cercare di prevedere cosa stanno per fare i miei soggetti, aspettare esattamente il momento giusto e scattare. Il rapporto con i ragazzi che fotografo è spontaneo, io sono sintonizzata sui loro movimenti e non gli chiedo mai di fare qualcosa che non farebbero o un gesto appena compiuto, mi piace che sia così in quanto le situazioni che ritraggo non sono costruite, motivo per cui è sempre molto soddisfacente quando riesco a tirare fuori una bella foto.
Con le mie immagini voglio trasmettere l’atmosfera del momento, rendere chi guarda partecipe delle emozioni che io e loro proviamo nel momento in cui ci ritroviamo di fronte a un treno durante una notte fredda. Chiunque potrebbe tranquillamente starsene al bar a fare balotta e bere birra o piuttosto andare a ballare e invece tu sei lì e per questo ti senti bene, non vuoi essere da nessun’altra parte. Chi pitta conosce bene quella sensazione.

3. Al di là del writing, quali sono stati i tuoi punti di riferimento nel corso della tua esperienza con la fotografia?
Ho sempre nutrito un grande interesse nei confronti di chi scattava fotografie a quei comportamenti che fanno parte della gioventù, tutte quelle cose che a un certo punto si smettono di fare e per questo sono un qualcosa di straordinario e irripetibile che va catturato per sempre. A parte questa vaga tendenza, la fotografa il cui lavoro mi ha maggiormente influenzata è stata Nan Goldin, ma potrei citare anche Robert Mapplethorpe per la somiglianza nei contenuti (entrambi fotografavano comunità ai margini, anche se con tecniche totalmente opposte). Attraverso il loro lavoro ho capito che ciò che volevo fotografare io erano quei gruppi di persone che in qualche modo manifestano un rifiuto nei confronti della società che ci viene imposta, come per esemio, secondo me, i writers fanno. Allontandoci un po’ da questo concetto (ma neanche così tanto) vorrei citare anche Edward S. Curtis, Luigi Ghirri, Ren Hang, Mike Brodie, Larry Sultan, Gregory Crewdson…non continuo perchè la lista potrebbe andare avanti ancora per molto.

4. Fotografando i writer in azione sarai sicuramente finita in qualche situazione assurda o particolarmente rischiosa, ti va di raccontarcene una?
In realtà per quanto riguarda il periodo in cui sto facendo le foto mi è sempre andata bene, non mi è ancora successo di dover fare delle fughe veramente pese però sicuramente ci sono state alcune cose che non avevo mai fatto e all’inizio è stato un po’ strano. Una volta, appena avevo cominciato questo progetto, ci siamo nascosti sotto al treno dal “secu” (security ndr.) e sebbene io sapessi che in quel momento esso non poteva muoversi ero irrazionalmente in paranoia, ora invece mi sono abituata alla cosa, la trovo addirittura divertente e una sera che sapevo di poterlo fare l’ho passata a far foto stando lì sotto. La volta in cui è successa la cosa più simile ad una fuga è stata sempre una delle prime volte che fotografavo i ragazzi, eravamo andati in una yard lontanissima e sconosciuta a tutti, per cui loro erano molto più sull’attenti del solito ma io ancora di più perchè non ero ancora abituata a quel tipo di situazioni e alla terza corsa per nasconderci da un tipo che era comparso a pochi metri da noi ho deciso di restarmene tra i merci mentre gli altri tornavano a chiudere perchè mi ero presa un po’ male, ma soprattutto avevo paura che nello scappare avrei potuto sbattere la mia macchina fotografica da qualche parte.

Ecco l’anteprima della mostra che vedrete da sabato 15 Dicembre al Graffiti Bench Shop in via del Borgo di S. Pietro 32/a