Non è facile essere Earl Sweatshirt

Dopo la morte del padre, la depressione ed il conseguente silenzio durato per ben tre anni, il giovane prodigio uscito dalla Odd Future ha fatto il suo ritorno con un disco tanto bello quanto “difficile”.

Ultimamente quando devo recensire un disco cerco di mettermi nei panni dell’artista (vedi Salmo ed i Colle), cercando di capire il suo “viaggio” per trarne una chiave di lettura del disco. Nel caso di Earl Sweatshirt bisogna fare un tuffo nel suo passato e comprendere che da una vita difficile raramente può uscire musica facile, “easy-listening” per dirla all’americana. (La sua biografia la trovate nel nostro focus Generazione Prodigio pt.1)

Nei 3 anni che separano il suo nuovo disco Some Rap Songs dal precedente ne capitano parecchie: Earl si da al beatmaking, si allontana dalla Odd Future per avvicinarsi all’etichetta Stones Throw, collabora con producer come Alchemist e Samiyan e perde il suo amico Mac Miller. L’evento che lo segnerà maggiormente è però la morte del padre  Keorapetse Kgositsile, poeta sudafricano, col quale aveva un rapporto che ha definito con l’eufemismo “non perfetto”.

Questa morte lo lascia in sospeso: Earl perde la possibilità di perdonarlo in vita e ricade pesantemente nella sua depressione. Dovrà affrontare un duro percorso per fare pace con se stesso e con suo padre, nel tragitto nasce quella manciata di pezzi che ritroviamo in Some Rap Songs.

Detto ciò iniziamo a parlare del disco e a capire come queste difficoltà si rispecchiano in esso.
I testi non sono facili, ci mancherebbe, e i contenuti menchemeno:

Yeah, I think I spent most of my life depressed
Sì, penso di aver passato la maggior parte della mia vita depresso
Only thing on my mind was death
L’unica cosa nella mia mente era la morte
Earl Sweatshirt: Nowhere2go

Oltre alla tematica della depressione, già esplorata nei suoi progetti precedenti, troviamo numerosi riferimenti all’anemia, una malattia del sangue che causa mancanza i globuli rossi. Earl ne soffre da tempo e in questo disco ha dedicato diversi titoli al sangue (Red Water, Veins, The Bends).

Why ain’t nobody tell me I was bleedin’?
Perchè nessuno mi ha detto che stavo sanguinando?
Please, nobody pinch me out this dream
Perfavore, nessuno mi svegli da questo sogno
– Earl Sweatshirt: Shattered Dreams

L’occasione di esorcizzare il trauma della morte del padre arriva verso la fine del disco nel brano Playing Possum, in cui le voci dei suoi genitori (separati da quando aveva 8 anni) si intrecciano su un beat composto da Earl stesso sotto lo pseudonimo di RandomBlackDude. La voce di suo padre recita una poesia mentre la madre fa una dedica alla sua famiglia, un brano con un carico emotivo immenso.

Nonostante tutte queste avversità il disco ha sonorità generalmente più felici del precedente I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside, che già dal titolo richiamava alle tendenze più antisociali e depresse di Earl. Questa volta il titolo Some Rap Songs suggerisce una semplice raccolta, una collezione dei brani che ha composto in questi anni di sofferenza, lotta e crescita.

Musicalmente parlando il disco è fighissimo ma difficile da assorbire.  I beat sono fortemente sperimentali, con tendenze lo-fi ed una grande quantità di sample, scuola Madlib/MF DOOM. Il suono si è fatto meno elettronico ma più impastato e “astratto”: non è certamente musica per tutti.
Il rap è di un livello altissimo come sempre, crescendo Earl ha mantenuto la sua tecnica ma l’ha resa più fluida e libera, lasciando che le barre si sporchino coi suoi svarioni e si sciolgano nel suono.

Ci vogliono un po’ di ascolti per entrarci bene dentro, in compenso l’ascolto è rapido e le variazioni sono moltissime: mettetelo in repeat e una volta entrati nel loop di Earl non ne uscirete più.