Nalsco – Illustro chi illustra

In questa settimana complicata, tra sessioni di esami e altri fattacci, possiamo allietarci con una nuova mirabolante intervista per la rubrica “Illustro chi illustra“. Oggi scopriamo il punto di vista di Nalsco, giovane torinese di adozione.

Sono Flavio Mastrillo, in arte Nalsco, ora vivo a Torino ma sono nato spontaneamente in una risaia e trasportato da uno sciame di zanzare fin sulla terraferma del Vercellese, ormai 25 anni fa. Diciamo che per me il disegno è un mezzo, non un fine, quindi vorrei non essere identificato in alcun modo preciso, sopratutto da me stesso. Per questo dico di “fare” l’illustratore e il fumettista, non di “essere”, per evitare di  etichettarmi e racchiudere i miei desideri e le mie aspirazioni in questo unico ruolo. Ho avuto un percorso abbastanza coerente, tra liceo artistico e scuola di comics. Sono cresciuto in una famiglia di tipografi, quindi ho sempre avuto tanta carta su cui disegnare, credo abbia influito.

Che musica ascolti mentre disegni? Consigliaci un pezzo. Disegnare (azione che faccio prevalentemente di notte fino alla mattina) è la mia meditazione, e la musica giusta è una parte fondamentale. Con la musica vado a periodi, a volte prendo un certo numero di gruppi e ascolto il loro primo e ultimo album, per vedere quanto sono cresciuti o quanto il mercato li abbia corrotti. A volte ascolto solo gli album del ’94, per capire l’aria che si respirava nel momento in cui sono nato, insomma cerco sempre criteri differenti. L’unica regola fissa è che, quando ascolto una canzone che mi piace , devo poi ascoltare l’intero album da cui proviene, anche solo per rispetto verso l’artista. Altre volte mi fisso e ascolto intere discografie per mesi approfondendo il più possibile un artista specifico. Mi è successo con Verdena, Guruguru, A Tribe Called Quest, Kyuss, Bugo, Casiopea, Opeth…ora sta succedendo con i Primus, quindi se dovessi consigliare una loro canzone, non solo per disegnare, direi “To Defy the Law of Tradition”, e ovviamente l’intero album “Frizzle Fry”.

Quali sono il tuo materiale preferito su cui disegnare e il tuo strumento preferito con cui disegnare? Sono sempre stato molto tradizionalista: carta, matita, pennarelli e brushpen. Ho pile di fogli inchiostrati che risalgono a parecchi anni fa, pennarelli scarichi ovunque, che non butto perché ormai sono affezionato. Se si unisce il mio essere un disordinato cronico che non ha mai un tavolo libero e lavora di notte, si può capire che quando ho preso la Cintiq (display interattivo per il disegno n.d.r.) sguazzavo nella comodità più totale. All’inizio è stato complicato adattarsi, ma ormai la uso da un annetto, non noto più differenze tra il foglio e lo schermo, lavoro a velocità sonica, poi uso la scusa dell’ambiente, meno spreco di carta (comunque più spreco di elettricità). Lavorare in digitale poi mi ha fatto scoprire la colorazione, ormai quando penso a un disegno lo immagino in funzione del colore che andrà a completarlo. Ogni tanto la nostalgia comunque c’è, l’odore dell’inchiostro, la consistenza della carta, dover temperare la matita…poi lo vedi dal punto di vista logico e capisci che i nostalgici hanno quasi sempre torto.

Qual è la tua aspirazione di carriera più alta? Che cosa può facilitare la sua riuscita e che cosa può ostacolarla? La mia più grande aspirazione è qualcosa di colossale, non riguarda me, ma il resto delle persone. Io amo creare mondi alternativi, pensavo che il motivo fosse la noia che mi trasmette il mondo in cui vivo, e in parte è vero, poi ho capito che creando mondi spingi la tua mente a prendere i dettagli, gli archetipi, i ruoli e i problemi che vivi ogni giorno nella tua realtà. Ricombini e crei delle situazioni che, anche se ambientate su Modibah (che si trova dietro Saturno) sono perfette metafore del tuo mondo. Astraendo una situazione quindi vai a semplificarla rendendola comprensibile alla maggior parte delle persone. Elimini qualunque filtro (sociale, politico, ideologico…) rendendo il messaggio diretto. La mia aspirazione quindi è che tutte le persone, ispirate magari dai miei lavori e dai miei universi, si spingano a creare mondi (attraverso libri, film, fumetti, giochi di società…) non tanto per scappare da questo, ma per comprenderlo al meglio e riuscire a migliorarlo.

Quanto cambia il tuo lavoro se è su commissione? Come lo sviluppi se è un processo creativo forzato? Di base il lavoro su commissione dovrebbe essere esattamente (o quasi) come il lavoro “privato” altrimenti si è degli artigiani che disegnano ciò che gli viene espressamente chiesto. Se il processo creativo è forzato potrebbe non sempre essere un male. Prendiamo un fumetto in cui bisogna seguire una certa griglia, una certa disposizione di baloon e un certo dinamismo che non sei solito usare, in questo caso puoi concentrarti su tutto il modificabile, tipo i dettagli, il character design o alcune inquadrature. Una volta ho dovuto disegnare delle sceneggiature della Marvel, tipico fumetto supereroistico americano, stradinamico, colori accesi, inquadrature storte, totalmente il mio opposto. Mi sono divertito un mondo. Se un lavoro non ti permette neanche di esprimere la tua arte in queste piccole cose, dovresti chiederti per chi stai lavorando, se ne vale la pena, se è un lavoro che fai esclusivamente per te. Ciò che voglio da un lavoro su commissione è sapere il criterio con cui il committente mi ha scelto. Perché attirato dalla mia arte o perché gli serviva uno che disegna? Una delle cose che odio di più è quando, tra sconosciuti, c’è sempre quello che viene a sapere che disegni, e inizia a chiederti caricature, un disegno di Tex o lo schizzo per un tatuaggio, tutte domande che trasudano ignoranza e fanno capire la visione dell’arte in questo paese.

Ti piacciono i tuoi vecchi lavori? Ogni quanto vedi un salto di qualità?  Io con i miei lavori ho un rapporto strano. L’ultimo è sempre il migliore, come se crescendo uscissi da un corpo e entrassi in un altro. Guardo i miei vecchi disegni come se fossero fatti da altri e penso: “questo disegna come un cane” o “questo ha un gran potenziale”. Mi distacco molto dal passato (non solo in questo campo). Il salto di qualità lo vedo ogni settimana, ma non perché effettivamente stia migliorando la mia resa grafica, solo perché ciò che tiro fuori si distacca totalmente dall’ultima cosa fatta. Poi, ovviamente, qualche lavoro mi resta nel cuore e dopo anni lo trovo ancora valido, non sono severo su tutto. Ora però è un periodo in cui sono abbastanza prodigo e l’ultima cosa che voglio è fare qualcosa di già visto, credo che nessuno abbia bisogno del “nuovo Peter Bagge” o del “Nuovo Picasso”. Insomma, in ciò che ho prodotto c’è roba che ho superato e roba buona che aspetta di essere superata.

Chi ti ispira di più? Altri autori, i tuoi amici, i tuoi amori o chiunque. Premetto di non essere un assiduo lettore di fumetti, leggo però molti saggi e romanzi, dal trattato di medicina tibetana alle antologie di humor nero, tendo a ampliare sempre di più le tematiche. Le influenze grafiche sono arrivate dopo un “contagio passivo” in quel periodo dell’infanzia in cui vieni bombardato da materiale casuale, il primo che ricordo sono i disegni degli spot Ceres, del grandissimo Macchiavelo, roba mai vista dal me bambino. Poi sono arrivate le strisce che leggevo su Linus che compravo per fare il giovane-adulto intellettuale (anche se andavo alle medie) quindi: “Calvin & Hobbes“, “Cul-de-sac“, “Monty“, “The Boondoks” e tanti altri. Poi mi sono stancato e ora cerco soluzioni grafiche nella storia dell’arte, le forme di Toulouse Lautrec, il colore da Nolde, i bianchi e neri di Kirchner, o molto più avanti le soluzioni della grafica pubblicitaria giapponese…la lista è infinita, ma in generale penso che non serva a nulla portare nel mondo del fumetto qualcosa di tipicamente fumettistico, o non ci sarà mai l’evoluzione. Per le influenze narrative invece ho, nell’emisfero destro, uno scaffale con qualche libro di Benni, Lovecraft e Philip Dick, forse le mie influenze più grandi per quanto riguarda la creazione di mondi paralleli, così sconosciuti, ma così simili al nostro.