L’ingrediente segreto di Ernia

Ernia è sicuramente un rapper anomalo per la scena italiana. Inizialmente lo credevo diverso dagli altri per questioni “tecniche”, ma ascoltando 68 ho capito che c’è dell’altro, e ho paura che non tutti siano in grado di capirlo.

68 è l’ultimo lavoro in studio di Ernia. È uscito il 7 settembre scorso e ha avuto ottimi riscontri sia da parte del pubblico (la certificazione oro non si è fatta attendere molto) sia da parte della critica.

L’album, a livello di storytelling, è abbastanza immediato. Tratta la storia di un ragazzo di periferia (il progetto si chiama 68 come il bus che da casa lo portava verso il centro) che attraverso il rap, l’amicizia e la fatica riesce a trovare la dimensione per riscattarsi. Autobiografico, sincero, fighissimo, ma dopo un primo assaggio si capisce che la ricetta è molto più elaborata di quanto ci potessimo aspettare.

68, Ingredienti:
  • Innanzitutto si nota un notevole passo avanti rispetto al suo Come Uccidere Un Usignolo del 2016. Le strumentali (dell’ottimo Marz) passano dalla trap più arrogante (QQQ) ad influenze jazz/funky (King QT) con la stessa disinvoltura con la quale il rapper lombardo passa dalla pura autocelebrazione all’ introspezione che tanto lo caratterizza.
Aggiungiamo
  • un feat con Tedua (collega e amico di infanzia di Ernia)
  • un arco narrativo che procede al contrario (la storia parte dall’ultima traccia e si conclude con la prima)
  • una preziosa citazione di De André (Un Pazzo è dichiaratamente ispirato ai personaggi descritti in Non al denaro non all’amore né al cielo)
e il piatto è quasi pronto.
Manca solo l’ingrediente segreto.

Perché Ernia risulta così credibile nei suoi viaggi introspettivi? Perché mi sento così in empatia quando parla dei suoi problemi? E perché mi riconosco nei protagonisti delle sue canzoni?
Perché a differenza di molti suoi colleghi Ernia è figlio della stessa mentalità piccolo-borghese che ha cresciuto me e molti dei miei amici.

Ok. Cercherò di non fare un pippone caotico da pseudo-sociologo e di spiegarmi senza troppi paroloni:
è molto probabile che i genitori di Ernia somiglino ai miei (e magari anche ai tuoi). Da questi genitori abbiamo inevitabilmente assorbito il modo di ragionare, dal nostro contesto sociale abbiamo tratto una visione del mondo.

Non ce ne siamo neanche accorti ma è grazie a queste influenze se abbiamo legato con i nostri amici, è grazie al queste influenze se ci siamo innamorati di quella ragazza, ed è proprio grazie a queste influenze quella canzone x ci è sembrata così vicina alla nostra testa e al nostro cuore. Queste influenze insomma creano un terreno comune nel quale le persone che lo condividono si riconoscono.
Certo ci innamoriamo anche di altro.

Ad esempio io amo Achille Lauro, ma sono convinto di essermene innamorato per il motivo opposto. Mi piace (o meglio mi affascina) perché non ha il mio stesso modo di ragionare, perché racconta il mondo con occhi e valori diversi dai miei, perché, in sostanza, è qualcosa di ignoto e di conseguenza mi incuriosisce.

Ernia invece nel corso degli anni è riuscito a mantenere una mentalità piccolo-borghese anche in un ambiente che fa di tutto per non sembrare tale. Questa “borghesitá” si ritrova nella sua arroganza quanto nella sua eleganza (parliamo sia di scrittura che di personalità) e risuona negli oggetti e nelle situazioni che descrivono la sua quotidianità e che (sacrilegio) tanto lo avvicinano al panorama indie.

È per questo che quando rappa lo capisco al volo: Ernia è più vicino ad un universitario che ad un gangster. Ha i miei stessi obiettivi, soffre per i miei stessi problemi e cresce grazie ad esperienze simili alle mie. (Ripeto, mie e magari anche tue). Ed è questo a rendere ogni sua ricetta immediatamente riconoscibile.