Spectrum: La nebulosa, i droni e l’astronauta – Recensione

Gli Spacemen 3 sono stai un gruppo fenomenale, ingiustamente sottovalutato, la cui declinazione del rock è stata esempio e fondamento per molte produzioni successive.
Parte di questo successo è dovuta anche e soprattutto all’idea stessa di rock delle menti creatrici di questo progetto, Jason Pierce (fondatore degli Spiritualized) e Peter Kember, meglio conosciuto come Sonic Boom (e Spectrum e E.A.R), e di cui parleremo nelle prossime righe.

In particolare il suo unico album sotto lo pseudonimo Sonic Boom (che ha come titolo il suo altro pseudonimo) Spectrum, è a mio avviso un prodotto molto particolare: vede la luce nel 1989, lo stesso anno di una delle uscite più importanti dei 3 astronauti, ma anche anno di crisi dei rapporti con Pierce che di lì a poco avrebbero portato alla rottura del gruppo.

Da parte sua, Peter aveva ormai metabolizzato il passaggio dagli acidi all’eroina, come già percepibile in produzioni precedenti, e che si era riverberato sul modo stesso di far musica: assieme alla sua passione per il suono distorto e la musica drone (che si basa sull’accompagnamento di suoni/cluster per la durata anche dell’intera canzone), la musica che ne esce fuori si configura come un qualcosa dall’effetto fortemente ipnotico e spaesante, dove il ritmo viene astratto fino a dissolversi, con strumentali basate spesso su poche note distorte e prolungate all’infinito, seppur leggermente variate durante la lunghezza dei pezzi.

Help Me Please è una disperata richiesta d’aiuto, una delle più dolci che possiate ascoltare: con un tono cerimoniale a cui si sovrappongono ininterrotti wobble e la voce di Kember, supplice ma quasi angelica, che proprio nel momento in cui decide di lasciare questo mondo, trova la pace, che nelle note di una chitarra country, mai sentita ma già familiare, riconosce la sua realizzazione sonora.
L’addio che Kember si immagina è questo, la fine di un chiedere aiuto, un soave sublimarsi.

In Angel sembrerebbe quasi che i ruoli si invertano, Peter ha un tono inquisitorio, con una voce nitida, rivolta allo stesso sacro cui prima si appellava. Ma di fronte alla grandezza della morte non siamo niente, e allora vediamo uno sfaldarsi di ogni struttura, un climax ascendente e fragoroso che si esaurisce nell’umile e malinconica assunzione del nostro essere umani…”what can i do but care”.

Ma il nostro Sonic Boom, prima di ritornare sul tema della (propria) fine, vuole dare anche un omaggio al rock, sua salvezza ed elemento corrosivo : in Rock’n’Roll is Killing My Life quello che sarebbe potuto essere un banalissimo motivo risalente alla metà dello scorso secolo viene preso e stravolto, dilatato. Sembrerebbe quasi che Peter avesse deciso in quel momento di riassumere quello che è stata la sua idea di fare rock, farlo diventare una musica psichedelica e incorporea, in cui il ritmo viene destrutturato fino ad essere annullato.

If I Should Die è la perdita di ogni certezza, l’elemento più fisico come il kick è presente solo per essere rovesciato, quasi a volerne fare il battito di un cuore prossimo all’arresto. Non vi è più nessun appello a qualcosa di oltre, il suono si sublima in droni ininterrotti, la voce è più eterea che mai viene seguita da note solenni per poi essere ricoperta dai droni che ci accompagnano dolcemente verso la fine del viaggio di Kember, un viaggio che vuole andare oltre i confini del mondo terreno, come i suoni che vogliono eccedere il confine del supporto materiale per continuare ininterrottamente, indisturbati.

E’ un disco senz’altro interessante perché ritroviamo qui molto degli elementi che avevano reso grandi i 3 astronauti, ma con uno sguardo sempre più puntato verso una musica eterea, inafferrabile e minimale, basata sulla distorsione di tutto ciò che c’era prima, per restituire ai posteri una nuvola fatta di riff monotoni, senza più alcuna forma di ritmo, su cui si poggia l’angelica voce di Peter, che ormai alla fine della sua carriera da Astronauta, sembra volerci raccontare del male in cui consumiamo le nostre vite.
E lo fa così, dall’alto di un empireo a cui, sin dai tempi del “suono della confusione”, ha teso ed aspirato.