La Big Beat Theory dei Chemical Brothers

Nella seconda metà dei ’90 il panorama dei rave era cambiato radicalmente rispetto all’inizio del decennio: dalla Second Summer of love, al boom del rave hardcore, fino ad arrivare ai crusty raver, erano state infinite le sfaccettature e le pieghe assunte dalla musica da ballo. Sicuramente c’era il forte bisogno di una svolta, e non mancarono in quel periodo arditi tentativi di introdurre suoni nuovi nei dancefloor. Uno dei più riusciti è stato sicuramente il big beat, che ai tempi Reynolds definí “l’ultimo capitolo del romanzo musicale dei rave”.

Si trattava insomma di far confluire, fermo restando il riferimento fisso all’house ed alla techno, diversi background musicali derivanti dagli innumerevoli input generatisi negli ultimi anni grazie alla spinta propulsiva della “generation E”: acid house, breakbeat, e poi ancora richiami a Madchester e alla neopsichedelia dei ’90. Il suono che ne usci fuori era decisamente esplosivo, basta pensare a gruppi come The Prodigy, Fatboy Slim e Chemical Brothers, che oltre a divenire esponenti di punta del genere, diventarono anche riferimento per chi ancora era legato al mondo dei rave, anche riproponendo e reinventando l’estetica raver, dandole quel tocco punk di cui aveva bisogno.

Illustrazione di LVME

In questo lustro, in cui techno, breakbeat, riff distorti e rock attraversavano il loro felice idillio insieme, Tom Rowlands e Ed Simons, i Chemical Brothers, diedero vita a lavori che diventeranno pilastri di tutta la storia della dance elettronica. In particolare penso che Dig Your Own Hole sia uno dei prodotti più emblematici e rappresentativi di ciò che è stato il big beat e la dance di fine millennio.

Già dall’anno prima, le premessa erano state ottime: il disco viene anticipato dall’uscita di Setting Sun, nel ’96, con la collaborazione di Noel Gallagher degli Oasis. Una traccia che riesce ad enucleare breakbeat alternantisi tra momenti di bassa e potenti esplosioni, riff di chitarra, fiati e suoni più prettamente dance in un unico prodotto che sapesse farsi espressione del sentore di una generazione che sente l’incertezza del “no future”, ma trova nel delirio estatico la propria via di fuga settimanale.

Il disco inizia con uno dei loop più famosi degli ultimi vent’anni, quello di Block Rockin Beats: la centralità del suono è impostata sulle medie frequenze, con percussioni frenetiche e riff taglienti come lame. La stessa configurazione la ritroviamo in Electrobank, ancora più adrenalinica, con giri di batteria da far mancare l’aria e l’utilizzo di vocal ridotto al minimo, in questo caso un sample che accompagna i momenti di “bassa”, prima di nuove esplosioni.

Se la mentalità ed il modo di suonare del rock erano centrali nei primi tre pezzi, con It Doesn’t Matter il duo inglese compie una straordinaria virata verso la techno. Uscita precedentemente con il nome di “Electronic Battle Weapon 1” (una tra le diverse, omonime White label precedenti ai lavori più famosi del duo), questa traccia ha una linea bassline imponente che unita al loop vocale e alla ripetitività del piatto ne fanno un vero capolavoro. Come del resto la traccia che viene dopo, Don’t stop the rock: anche qui la maggior parte del pezzo è incentrata sulla ripetizione di pattern che si rifanno principalmente alla techno di quegli anni, per poi ritornare su ritmi più break, come a voler accompagnare i momenti di high e down da Ecstasy.

Tuttavia i due Fratelli non hanno come target solo la “Generation E”: siamo nel 97, ormai non è più possibile perpetuare l’analogia rave-mdma. Stiamo piuttosto cavalcando l’onda di una generazione ingorda della qualsiasi sostanza, al punto che Generation E viene usato dai più ironici come acronimo di Generation Everything. I Chemical pertanto si rivolgono a un pubblico avvezzo a tutto l’universo delle sostanze psicoattive: passata la frenesia rock delle prime tracce, consumate le energie anfetaminiche dei pezzi centrali del disco, arriva Lost in the K-Hole. Probabilmente una delle tracce che meglio rendono l’idea dell’essere in “bolla”, in questi 4 minuti l’atmosfera si fa molto più sommessa, con un giro di basso che fa da contrappeso ai suoni più alti e cerebrali, a cui va il compito di guidare la nostra mente anestetizzata.

Ma questo infinito weekend dovrà pur terminare: Where do I Begin rappresenta in maniera esemplare e quasi malinconica la situazione in cui ci troviamo tutti ogni domenica mattina. L’unico pezzo del disco in cui la voce ha un ruolo centrale, quasi come a voler riprendere le nostre colonne sonore domenicali. Si tratta in poche parole di una sincera e dolce constatazione di una domenica in cui non faremo nulla, se non riprenderci, o ricominciare. Cosa che tra l’altro sembra trapelare dalla seconda metà della traccia, dove la voce lascia spazio ad un beat sempre più confuso, a voler richiamare gli ultimi momenti del fine settimana.

Il disco si conclude con The Private Psychedelic Reel, è il viaggio solitario perfetto: un alternarsi di cadute che preparano esplosioni al limite del lisergico, con suoni che richiamano anche i tempi d’oro del rock psichedelico. I Chemical si fanno qui perfetti interpreti della musica prog declinandola con i suoni e l’attitudine di vent’anni dopo, dando sostanza sonora a quello che, semplicemente, è ed è stata l’attitudine alle sostanze di migliaia di persone, e che dal club si riverbera facilmente anche nei momenti più intimi.

Da queste righe dovrebbe essere emerso quello che secondo me è il grande merito dei Chemical Brothers e anche e soprattutto di questo disco: capire che il rave è un fenomeno complesso, che travalica l’esperienza settimanale della festa, inglobando un’estetica e una forma di vita ben precisi. E da questa presa di coscienza, saperne parlare esprimendone tutte le sfaccettature: non si tratta di far banali elogi al consumo di sostanze, quanto piuttosto di saper rappresentare in musica il sentore di una generazione ed un fenomeno che, nonostante sembrasse arrivato al capolinea,  ne rappresentava ancora l’unica via di fuga.