Konx-om-pax e l’hardcore, oggi

Gli anni d’oro del rave sono passati da un pezzo, e per i più quella è una stagione da ricordare con le lacrime agli occhi, accompagnate da gioia e nostalgia.

Dai suoi albori, era già intuibile che quel nuovo modo di concepire la festa e le forme di socialità all’interno di essa avrebbero cambiato radicalmente non solo la generazione che stava venendo travolta quell’epifania collettiva, ma anche le successive. Ciò che infatti si è generato da quel periodo è stata sia un magma ribollente di nuove forme e stili musicali, sia tutta un’estetica e un’attitudine che ne furono caratterizzanti, un’insieme di elementi e pratiche che riuscirono a delineare i canoni entro cui all’interno di quel fenomeno si poteva collocare il bello.

Le sperimentazioni musicali che si sono succedute a partire dall’89 ci fanno vedere chiaramente come questi canoni siano stati strapazzati, manipolati e spinti sempre verso nuove frontiere, grazie alle menti che, folgorate anch’esse dall’energia prodotta da questa nuova cultura nel suo apice appena trascorso, ne furono partecipi con la propria musica.

Tuttavia c’è anche del male in tutto questo, e se è vero che questi anni sono stati rigogliosi dei più genuini omaggi al rave, come molte sotto e contro culture questo è stato sottoposto alle mire dell’industria del divertimento, che negli anni ha progressivamente tentato di riproporne una forma anonima, svuotata e risignificata, ma priva dei contenuti che l’avevano portata alla luce.
E’ per questo che non è così facile né scontato trovare sempre una voce che ci parli in maniera convincente della stagione del rave.

Essendo interessato a tutto il patrimonio musicale prodotto a partire dalla nascita dei rave, ho sempre avuto etichette come Planet Mu tra i miei primi riferimenti musicali, questa ha sempre dato alla luce prodotti di un certo rilievo.

Tra le menti che li hanno creati, il più coerente con il discorso delle ultime righe è quello di Tom Scholefield, in arte Konx-om-pax, produttore e graphic designer scozzese, che dopo un silenzio di diversi anni dalla sua prima produzione per Planet Mu (Regional Surrealism, del 2012) era ritornato due anni, nel 2016, fa rilasciando un EP, Caramel, seguito da Refresher, nell’estate del 2017.

In quest’ultimo troviamo Cascada, traccia emblematica del progetto di Tom. Vi si leggono nei 4 minuti della sua durata tutta la passione e la nostalgia di quegli anni, rintracciabile nel tocco del kick, nei synth gioiosi ed estatici, nei sample vocali confusi e tenui, un timido eco rallentato dei frenetici sample cartoonizzati dello uk hardcore. Allo stesso modo il pezzo è chiaramente celebrativo, senza nessuna velleità di un ritorno ai tempi d’oro che ecceda la durata del disco.

Tutto questo trova una corrispondenza anche nelle grafiche dello stesso artista, con quei bagliori colore destinati a sparire in fretta, ma lasciando un ricordo, un’istantanea che permane nella mente dello spettatore. Ne viene fuori un lavoro completo, dotato di una sua estetica, che delinea chiaramente ciò che per l’artista è stato ed è rimasto del rave hardcore.

Oggi, nel 2018, konx-om-pax presenta il suo nuovo progetto, Contemporary Hardcore, uno show a/v che prende vita dalla collaborazione con Michael Tan.
Anticipato da un mega-mix su Soundcloud e seguendo la falsariga dello spettacolo dell’autunno precedente alla boiler room, lo show portato all’Atonal di Berlino ha visto Konx-om-pax curare la line-up del Globus del sabato sera ed esibirsi diversi artisti tra cui Actress e Golden Medusa.

Nello specifico, lo show audio/video del produttore scozzese è un viaggio in vent’anni di cultura del dancefloor, passando magistralmente dai suoi albori alle sperimentazioni postume, senza trascurare nessuno degli stili e delle forme che ha assunto negli anni e nelle diverse specificità territoriali. E’ così che i sample vocali di Halleluja degli Happy Mondays trovano un complemento sia musicale che cronologico nell’essere seguite da frenetici drum pattern uk hardcore, suoni “mentasm” e demenziali melodie happy hardcore.

La cosa secondo me interessante è stata il tenere insieme tracce prodotte negli anni d’oro del rave con forme di rave destrutturato, ben care al produttore scozzese, che ha saputo così conciliare il passato di una Glasgow al tempo punto di riferimento dell’happy hardcore con le sue produzioni post-rave.

Un lavoro in cui acid house, uk hardcore, happy gabba, techno e post-rave vengono mescolate in un set che tira le somme di anni ed anni di cultura rave, passando con grande facilità dall’immaginario di un rave vaporizzato ad uno concreto e pulsante, in un’ora e mezza che eccede la pura celebrazione nelle sensazioni prodotte su chi è lì, oscillante tra godimento e ricordo.

Il risultato è un delirio estatico ma malinconico a tratti, che dura un attimo, lasciando al tempo stesso meraviglia ed una vaga tristezza.
Come ad usare quel tempo quanto più intensamente possibile, proprio come il “konx-om-pax” , l’espressione greca che Crowley aveva definito come ”luce in estensione”.