Ketama126: live fast, die young and fuck rehab – Recensione

La 126 Lovegang di Roma è sicuramente una delle realtà più interessanti nella scena hip hop italiana al momento, e oggi siamo qua a parlare di Rehab, ultimo lavoro di Ketama126.
Trovo che il punto più interessante di questa realtà sia
 la capacità di fotografare perfettamente quella che è la vita delle grandi città, parlando di esperienze in cui è difficile non riconoscersi.

In Rehab c’è proprio questo, una fotografia perfetta, uno spaccato di vita metropolitana, senza prediche o paternali, semplicemente un documentario della vita di ragazzi normali, come tutti, che hanno dovuto fare i conti con la vita marginale delle periferie. Qui Ketama però riesce a produrre anche istantanee chiare di se stesso, guardandosi dentro, mettendosi a nudo.

Durante l’ascolto del disco possiamo cogliere una sfaccettatura diversa dell’artista in ogni pezzo, che riesce a spiegare in maniera chiara il manifesto del proprio pensiero, quello di un ragazzo cresciuto nella strada con la mentalità della strada e che non vuole cambiare o scendere a compromessi, neanche con le parti più oscure di se stesso. 

Dal punto di vista delle sonorità siamo davanti a un album di grande fattura, che presenta 8 tracce, di cui tutte sono potenziali hit sia per le produzione che per le melodie presenti, con dei ritornelli che rimangono in testa e non escono più. La cosa che ho apprezzato di più è che, nonostante l’album abbia le classiche sonorità trap, si cerca di fare un passo oltre aggiungendo campioni di basso e chitarra, avvicinandosi a generi come il grunge e il punk. Uno spirito che ritroviamo anche nell’approccio mostrato da Ketama nella musica e nella vita.

Centrale nel disco è la tematica della dipendenza: Ketama non si vittimizza in quanto tossico, affronta il tutto senza renderla una questione morale. In una scena in cui le sostanze vengono quasi sempre esaltate Ketama ci mette davanti un punto di vista oggettivo, di che ne conosce sia la gioia che il dolore.
Semplicemente dice che è libero di fare quello che vuole, e nei suoi testi riporta proprio questo: una scelta personale, discutibile o meno, ma comunque presa in totale libertà.

E qui troviamo a mio parere il filo conduttore dell’album, ovvero la affermazione suprema della libertà di Ketama, sia come persona, sia come artista. “Fuck Rehab”, fanculo la riabilitazione: decido di drogarmi? Mi drogo. Decido di sperimentare sonorità nuove rischiando di non arrivare al grande pubblico? Non fa niente, lo faccio comunque. Nessuno può dirmi che devo fare e negarmi la libertà di scegliere. L’artista riesce quindi a creare un proprio stile, maturo, introspettivo, cupo, cosciente.

E niente, forse qualcuno storcerà il naso, ma quando ho sentito Kety che gridava “Stronzi, troie” nel microfono non ho potuto fare a meno di pensare a Kurt Cobain col suo “Rape me” (stuprami), più provocatorio e irriverente che mai.
Saranno i capelli lunghi, ma il vero grunge nel 2018 lo sta facendo solo lui.

Rehab è un flusso di coscienza, un manifesto, una serie di foto dell’anima dell’artista. In definitiva quindi se volete ascoltare qualcosa che nel panorama suona fottutamente fresco e di ottima fattura con contenuti non banali e che si distingua nettamente dal mare di uscite del momento, non vi potete perdere il nuovo di Ketama.