HMNZ: Una selezione ragionata dell’ultimo album dei Gorillaz

I Gorillaz sono un gruppo che mi ha cambiato la vita, letteralmente. Avevo tipo 10 anni quando vidi per la prima volta il video di Feel Good Inc su Mtv e mi innamorai perdutamente della band animata.

Il me di quel tempo aveva un background musicale che andava dalla discografia anni ’60/’70 di mio padre al punk-rock commerciale che in quegli anni stava esplodendo grazie a gruppi come Green Day, Sum41 e compagnia bella. Prima ancora che arrivassero Fabri Fibra e Mondo Marcio ad aprirmi le porte del rap sono stati i Gorillaz a plasmare i miei gusti musicali: ci ritrovavo la psichedelia dei Pink Floyd e la carica di gruppi come i Rolling Stones o i Clash ma soprattutto c’era la voce di Damon Albarn che rendeva il tutto più attuale e coinvolgente, proprio come una canzone dei Blink 182.

Andai da mio zio, che al tempo era il mio “dealer” ufficiale di dischi masterizzati e gli raccontai di quel gruppo di musicisti-fumetto che mi faceva impazzire. Di lì a poco avrei avuto una copia pirata di Demon Days e anche del primo album Gorillaz, dischi che nell’arco di due anni sono stati letteralmente divorati dallo stereo. Fortunatamente poi arrivò YouTube e potei esplorare l’estetica dei Gorillaz senza salti, interruzioni e gracchietti. Così mi appassionai ai personaggi e alle loro storie: il cinico punk Murdoc, la pop-star asiatica Noodle recentemente diventata un cyborg, il tastierista celebroleso 2D e il batterista spiritato Russel.

Considerate che io sono il classico fan nostalgico (quando uscì Plastic Beach nel 2010 già storcevo il naso di fronte a certe nuove sonorità abbracciate dal gruppo) quindi ho avuto un approccio piuttosto diffidente quando il fanta-gruppo ha annunciato la reunion dopo molti anni di silenzio totale. Il primo ascolto di Humanz, purtroppo, confermò le mie deludenti aspettative: in 7 anni si era perso quello spirito e quel suono che mi aveva fatto innamorare dei Gorillaz.

Conseguenza: skippo tutte le tracce a metà, ascolto per un mese il tormentone Saturnz Barz e poi metto da parte il disco.

Qualche mese fa arriva un mio amico a casa, stiamo chiacchierando del più e del meno e mi fa: “Oh, non avevo ancora sentito il nuovo dei Gorillaz, assurdo! Qualunque genere facciano riescono a estremizzarlo fino a renderlo figo.”
È come se quella frase avesse risvegliato uno strano senso di colpa in me: avevo ascoltato con pregiudizio uno dei prodotti musicali più innovativi e d’avanguardia del mio tempo. Da questo mio riesame nascono l’articolo che state leggendo e la selezione di brani che segue.

In primis 26 tracce sono troppe per un album dei Gorillaz, che di solito sono dischi densi, da ascoltare come si ascolterebbe Atom Heart Mother: li metti su e fanno tutto loro, ti travolgono col loro turbine di ritmi e suoni e ti portano via dal pianeta per un’oretta. Così ho voluto scremare la metà del disco che che si allontanava troppo dal suono a cui ero affezionato per restituire ai nostalgici come me i Gorillaz che li avevano cresciuti.

Riascoltandolo, mentre selezionavo severamente i brani, mi sono messo nei panni di Damon Albarn, mente e voce del progetto: lui nei sette anni che separano Humanz da Plastic Beach non è stato affatto fermo ed ha prodotto Everiday Robots, un’album solista stupendo che sembra essere la sintesi cantautoriale dei primi Gorillaz e dei Blur (di cui Damon è il frontman).

Cosa poteva fare Damon per distinguere se stesso  dalle sue identità mutliple versione cartoon? Semplicemente ha spinto l’accelleratore su tutto quello che c’era nei Gorillaz e che mancava nel suo disco solista: gli aspetti legati alla pop-culture, gli aspetti commerciali, gli aspetti di azzardo musicale che avevano contraddistinto l’operato della band animata nei primi dischi. Così Humanz si presenta come una rilettura dei Gorillaz di tutto il mercato musicale degli anni ’10: dalle parti più trash e commerciali a quelle più interessanti e innovative.

Dobbiamo considerare questo album come la cristallizzazione di tutta la musica dell’ultimo decennio, vista dagli occhi di un visionario come Damon Albarn. Non è detto che piaccia a tutti e soprattutto non è detto che sazi gli appetiti degli inguaribili nostalgici come me: per loro può aiutare questa selezione che segue l’ordine della tracklist originale ma mostra solo i momenti di maggiore “gorillosità” del progetto.