Guido Brualdi – Illustro chi illustra

Guido Brualdi (@guidobrualdi) ha raccontato con entusiasmo a “Illustro chi illustra” la sua storia e la sua arte, fatta di riscoperte personali e poca paura di sorprendersi.

Qui sotto potete leggere e vedere ciò che Guido ha prodotto.

Racconta chi sei, dove vivi, come ti identifichi nel mondo dell’arte e qual è il tuo percorso accademico.  Mi chiamo Guido Brualdi, per la maggior parte del tempo, ma quando vado in giro a suonare mi faccio chiamare Lucy Anne, pochi se lo ricordano. Ho 22 anni, portati male, e vivo a Pesaro, al confine tra Marche e Romagna, anche se cerco di spostarmi il più possibile per conoscere gente e portare in giro quello che faccio. Di solito quando qualcuno mi chiede che cosa faccio, dico semplicemente che “faccio fumetti” o “disegno”! Mi piace considerarmi un Racconta-storie, cercando di divincolarmi tra storie disegnate e quelle cantate. Ho studiato all’Istituto d’arte Scuola del Libro di Urbino, che ora è il Liceo Artistico. Ho frequentato la sezione di Cinema d’animazione e Fumetto. Sono stati degli anni parecchio formativi, sia dal punto di vista di quello che ho imparato e sia per le amicizie bellissime che mi hanno fatto crescere e che tutt’ora lo fanno, portandole avanti oggi. La cosa più bella della Scuola del Libro è che non ti fornisce un vero e proprio metodo per, che so, colorare su Photoshop, ma ti forma dal punto di vista emotivo e sensibile, dandoti un’altra visione dell’arte, diversa da quella a cui siamo abituati. Devo ringraziare i professori che ho avuto. C’è da dire che non è che sia stato tutto rose e fiori, a tratti detestavo andarci, soprattutto per le ore di matematica e le verifiche. Finite le superiori ho avuto un periodo di delirio, sia emotivo e sia perché effettivamente non sapevo più che fare della mia vita. Poi ho iniziato a suonare e andare in giro e col tempo, e le persone giuste, mi sono ripreso.

Che musica ascolti mentre disegni? Consigliaci un pezzo. Allora, ascolto davvero parecchia musica quando disegno, e scegliere un solo pezzo è difficile! Quindi, eccone 5:  “Montagna Nera” dei Lantern, “Gulf Shores” di Bonnie Prince Billy, “40 Secondi di Niente” dei Verdena,  “Arborescence” degli Urali e “Liquid Smooth” di Mitski. Ho scelto queste canzoni perché tutte e cinque, per me, hanno in comune un sentimento diffuso di nostalgia, che spesso quando disegno, e non so dire davvero perché, è quello di cui ho bisogno.

Cos’era il primo disegno che hai visto di cui hai ricordo? E il primo che hai fatto? Uooo, mi ricordo che mia zia mi diede in mano delle matite colorate e dei colori a cera e disse: “toh, disegna!”. Disegnai un picchio, che non aveva per niente le sembianze di un picchio, ma finito di disegnarlo provai un forte senso di soddisfazione ( che provo tutt’ora quando lo guardo, perché forse è il disegno migliore che abbia mai fatto in assoluto)

Mentre prepari un progetto importante, tendi a parlarne con tutti o a chiuderti finché non hai finito? Penso che condividere le proprie idee, o semplicemente raccontare che cosa ti passa per la testa sia molto importante! Questo è un lavoro parecchio solitario, e quando si ha l’occasione di confrontarsi coi propri amici o con persone a cui tieni, è proprio come una boccata di aria fresca, ti aiuta a non chiuderti, e sentire il parere e i consigli degli altri spesso ti portano a fare un lavoro migliore.

Hai un piano fisso per lavorare entro una scadenza o ogni volta è una rivoluzione? Direi che sono molto preciso, ma il più delle volte i lavori e le scadenze capitano tutte assieme, e mi ritrovo comunque un po’ incasinato, del tipo “Hey, Guido esci stasera?” – “No, raga devo disegnare un botto non ci sto più dentro”.

Ti piacciono i tuoi vecchi lavori? Ogni quanto vedi un salto di qualità? Sono un po’ selettivo sui lavori passati: quelli che ho fatto nel 2018 mi piacciono, quelli che ho fatto l’ultimo anno di superiori mi fanno straridere, avevo disegnato una storia a fumetti sulla mia prof di matematica, che facevo girare per la classe e aveva riscosso parecchio successo. Mentre quelli post-diploma li odio! Devo dire che stilisticamente assomiglio molto di più al Guido diciottenne con le paranoie sui voti a scuola, che a quello di due anni fa, quando ero triste e disegnavo solo a penna Bic, in bianco e nero. Diciamo che salti di qualità ne ho visti proprio quando ho deciso di ispirarmi ai miei lavori del quinto anno delle superiori, e alla fine disegnare è un allenamento, l’importante è farlo spesso, migliorare viene da sé!

Quale è stato il tuo più grande flop inaspettato? E il tuo più grande successo? Il mio più grande flop è stato, a 16 anni, scrivere  a Gipi su Facebook, utilizzando un lessico da adulto distaccato, chiedendogli consigli su come fare i fumetti. Appena lo conoscerò glielo dirò! Il più grande successo è quello di potermi stampare i miei fumetti e portarli in giro per locali, festival e case di amici.

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