Come si crea un nemico pubblico: ascesa e declino dell’acid house pt.1

Spesso si parla del fenomeno dei rave in maniera banale, come se un fenomeno culturale fosse da analizzare solo dal punto di vista di che na fa parte, e quando viene represso si guarda solo al dato militare o alla semplice pratica politica.

Ma qui parliamo di culture sviluppatesi dopo gli anni ’80, in un momento in cui anche le controculture smettono di diventare un fenomeno strettamente legato all’appartenenza ad una determinata classe sociale, un periodo in cui cominciano anche ad assottigliarsi i confini tra l’essere sotto e l’essere contro.

Parliamo di rave, uno dei piu grandi esempi di fenomeno culturale obliquo e trasversale, che coinvolse qualsiasi altro aggregato socioculturale giovanile all’interno della propria ala: parliamo insomma di uno di quei fenomeni che perlomeno all’interno delle pratiche che si è dato ha saputo essere collante di una composizione fortemente eterogenea.

Allo stesso tempo parliamo anche di un fenomeno tra i più criminalizzati e repressi della storia, in virtù ambo della pratica del rave, che della figura del raver.
Tuttavia se è vero che parliamo di un fenomeno incredibilmente trasversale, vuol dire che la sua demonizzazione deve essere stata una colossale operazione mediatica. E in effetti così è stato.

Partiamo dall’inizio, escludendo la storia di come è nato il rave in Inghilterra, che merita sicuramente una trattazione a parte.

Siamo nel 1988: l’ecstasy e l’acid house hanno completamente invaso l’inghilterra, Manchester (anche detta “Madchester”) in primis, dando luogo ad eventi illegali od organizzati in club clandestini, in quello che sembra il più grande fenomeno culturale giovanile visto fino ad allora.

Per la prima volta dopo molti anni si era creata una zona franca, un ambiente in cui le barriere di classe scomparivano tra furori estatici ed una musica nuova, che veniva dall’America ma era passata dal paradiso balearico di Ibiza, ed era letteralmente fatta apposta per la nuova aria d’amore e libertà che si respirava per le strade britanniche. Si combinarono quindi nel giro di pochissimo tempo una nuova ondata musicale, caratterizzata da un massiccio uso di 303 che si combinava con l’house di Chicago, e un modo completamente nuovo di intendere la festa, che veniva invece dall’isola spagnola.

Non fu un caso quindi che si chiamò l’estate 1988 “Second Summer of Love”, a voler sottolineare un filo rosso che collegava questa ondata di feste con la precedente rivoluzione psichedelica del ’68/’69: parliamo in ambo i casi di epifanie collettive date nuove forme di aggregazione e, in entrambi i casi, dalla scoperta di nuovi contatti tra musica e psichedelia.

Ovviamente l’Ecstasy, in quanto sostanza entactogena dagli effetti fortemente empatici, era diventata in brevissimo passaggio obbligatorio per questo mondo, facendosi traino forse piu di tutto il resto per ciò che stava accadendo, minimo comune denominatore di raggruppamenti che si facevano via via sempre più grandi. Antonio Melechi la chiamò una “sparizione collettiva”.

Va notato però che rispetto alla precedente Summer of love qui non fu solo la gioventù della middle class ad essere protagonista, ma tutta una generazione che stava vivendo in maniera totalmente obliqua questa nuova epifania.

Nel giro di un anno i club cominciarono non solo a proliferare, ma a diventare delle vere e proprie istituzioni: c’era l’Hacienda di Tony Wilson e dei New Order, c’era lo Shoom dei coniugi Rampling, nato per ricreare l’esperienza del rave balearico, e poi ancora Thunderdome, Spectrum (di Paul Oakenfold ) per dire i piu famosi.

Era cambiato anche il vestiario, che adesso era composto da vestiti comodi e larghi, in pieno stile baggy, come del resto fu testimoniato da star del rock, che pure erano rimaste folgorate da queste nuove esperienze, dagli Stone Roses ai sopra citati New Order per arrivare alle vere star del periodo acid house, gli Happy Mondays di Shaun Ryder.

C’era insomma la possibilità di far festa ogni giorno, e questa cosa aveva inizialmente fatto sorridere i più, che vedevano nel grande smile dell’acid house una cultura fondamentalmente apolitica ma con un grandissimo potenziale coesivo. In effetti inizialmente le reazioni furono abbastanza positive, poiché non ci volle molto per far sì che l’acid house diventasse un fenomeno mediatico.

Quando l’acid house esplose in Inghilterra, i media si posero inizialmente in maniera non ostile a ciò che stava nascendo, anzi si potrebbe quasi dire che guardavano con simpatia a questo fenomeno.
Il tono dei giornali, anche quelli scandalistici, era abbastanza positivo: addirittura il Sun cerco di redarre una guida alla scoperta della nuova scena musicale, la “Acid House Fashion Guide”, vendendo magliette con lo smile, simbolo della nascente cultura, e utilizzando titoli come:

“It’s groovy and cool It’s our acid house t-shirt!”  (Sun 1988)

Ci volle davvero poco tempo perchè le cose cambiassero, infatti dopo qualche settimana, nell’ottobre del 1988, il tono dei servizi cambiò di colpo con un servizio intitolato “La piaga dell’Ecstasy”. I lettori venivano messi in guardia: l’MDMA poteva causare attacchi cardiaci e cerebrali e asseriva che fosse tagliato con veleno per topi, eroina e liquido per imbalsamare.

Questo fu il momento a partire da cui la cultura nascente del rave e lo Stato divennero inevitabilmente nemici.

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