CHEAP Festival: quando l’harakiri è l’unica opzione

Nella tradizione giapponese, quando un samurai falliva nel difendere il suo padrone o commetteva un gesto che minava il suo buon nome, si praticava da solo un taglio nel ventre con una lama consacrata e riscattava la propria dignità.

CHEAP, il festival di poster-art che negli ultimi 6 anni ha versato litri e litri di colla sui muri di Bologna, decide di compiere un atto della medesima rilevanza e chiude i battenti.
La ragione è molto semplice ma tutt’altro che banale:

“Sempre più spesso un pezzo non viene considerato gesto vandalico (!) ma street art se (e solo se) fatto con un permesso in tasca e associato ad una qualche mirabolante forma di riqualificazione; vediamo sempre più fiori disegnati sui muri a scapito di gesti che vanno oltre al muro; ci sono frequentazioni strane che collettivamente non vengono messe a fuoco, salvo poi svegliarci tutt* insieme grazie ad una provvidenziale colata di grigio bolognese; ancora, siamo testimoni di un numero preoccupante di tentativi atti a normalizzare un’esperienza che ha senso se (e solo se) riconosciuta nei termini della propria eccedenza.”

Normalizzazione, gentrificazione (spacciata per riqualificazione), doppiogiochismo di istituzioni che con una mano concedono spazi e con l’altra ingrigiscono i muri e perseguitano gli artisti. Tutte questioni scottanti e dibattute nel mondo della street-art, nervi scoperti della città che ha perso il suo artista di spicco per musealizzarlo a tutti i costi.
Stiamo ovviamente parlando di Blu e del suo atto radicale compiuto ormai tre anni fa, ma potremmo anche citare la ripulitura delle colonne di via Zamboni dipinte dai collettivi universitari o i tanti ragazzi e ragazze che ogni notte scappano dalla polizia per aver usato uno spray, un pennello o una scopa sgocciolante di colla.


Foto di Michele Lapini

Come poteva CHEAP, in tutto questo clima, continuare a essere l’alternativa socialmente accettabile e legalizzata della street-art? Un peso troppo grande da sopportare, una contraddizione così evidente da mettere in crisi uno degli eventi più importanti nel panorama dell’arte urbana bolognese. Unica possibilità per riscattare la propria dignità di strada?

“Facciamo un bell’harakiri, incendiamo la formula, spazziamo la polvere del mandala: le festival est mort, vive le festival. “

Una scelta che condividiamo a pieno, così come condividiamo l’intenzione di non demordere. Infatti CHEAP non si destituirà come organizzazione e promette di tornare dopo essersi scrollata di dosso le ceneri del proprio sacrificio: un ritorno “più fluido, più situazionista” e ci auguriamo più improntato su un approccio radicale e critico nei confronti delle istituzioni museali e civiche.

“Troppa gente tende l’orecchio al rumore di zoccoli, prefigurandosi l’arrivo di cavalli. Finiremo col non essere in grado di immaginare altro che cavalli. E le zebre? Chi si immagina le zebre? Ecco, votarci all’improbabile ci sembra il gesto più sensato da fare – da oggi, CHEAP si occupa di zebre”

Un augurio di pronta rinascita alle fenici di CHEAP, ci vediamo nelle strade.