Bologna Brucia: non chiamate i Cosa Nostra cover band – Recensione

Non chiamate i Cosa Nostra cover band, non se lo meritano. Il primo disco della band bolognese, Cani Sciolti, già non si meritava questo appellativo pur essendo un album di cover dei Nabat, ma è riduttivo chiamarle cover, i Cosa Nostra hanno preso delle pietre miliari del Punk e le hanno fatte loro con un sound completamente diverso da quello di Steno e soci (che tra l’altro presenziava in un inedito).

Con Bologna Brucia i felsinei riconfermano questa loro identità indipendente pur non rinunciando all’adattamento di canzoni che sono pietre miliari della musica underground ma aggiungendo tre inediti di loro produzione per scrollarsi di dosso la nomea di “karaoke band” che qualcuno ingiustamente gli ha affibbiato.

Questa volta si sono spinti oltre i confini del punk e la menzione d’onore se la merita la cover di Stop al Panico, storica canzone dell’Isola Posse All Stars formatasi a L’Isola Nel Cantiere di Bologna negli anni ’90 e che segnò insieme ad altri protagonisti lo sbarco del rap in Italia.

Bologna Brucia è un disco segnato dal clima politico bolognese degli ultimi anni dove giunte che si dichiarano di sinistra vivono sgomberando gli spazi sociali della città dai quali le culture underground da sempre hanno tratto linfa vitale. Sgomberi come quelli dello storico centro sociale Atlantide nel cassero di Santo Stefano ritratto nella copertina del disco, o come quello dei condomini occupati, del Laboratorio Crash e di tanti altri.

Insomma con questa manciata di velocissime tracce i Cosa Nostra hanno affermato con rabbia la loro identità e la loro opposizione alla mania del panico creata dalle istituzioni. Un disco che secondo me è già pietra miliare del genere, quantomeno nel panorama bolognese.