Come si crea un nemico pubblico: ascesa e declino dell’acid house pt2

Nel precedente articolo ci eravamo lasciati al punto di rottura tra raver e governo Thatcher nel 1988, durante la Second Summer of Love, momento in cui ad una inaudita spettacolarizzazione mediatica del fenomeno, stava per affiancarsi una profonda azione repressiva.

Dopo l’estate 1988 dunque potevano già essere visti i primi cambiamenti, ma secondo molti fu a partire dalla fine di quest’anno che le cose cominciarono realmente a muoversi.
Finora infatti la polizia non era oggettivamente in grado di reprimere manu militari il fenomeno, se non altro perchè stiamo parlando di eventi giganteschi.

Fu creata la Pay Party Unit, che univa polizia e servizi di Intelligence per l’eliminazione degli eventi illegali, e alla fine del 1989 vennero contati 258 arresti e 4380 intercettazioni telefoniche.

Il consulente medico del Sun, Vernon Coleman, non si risparmiava nel tentativo di distogliere dai suoi consumi la gioventù britannica ‘impazzita per le pasticche’, evocando un panorama di orrende allucinazioni che potevano durare fino a dodici ore, attacchi di panico e il riemergere di ricordi indesiderati, ai quali bisognava aggiungere la concreta possibilità di subire violenze sessuali durante l’effetto della droga.

Anche altri tabloid come “The Post” e “Today” scrissero storie simili, con titoli da panico morale e foto di masse di ragazzi sudati.

Nelle settimane successive il Sun alzò ancora il livello dei titoli con prime pagine come : “Evil of Ecstasy” intraprendendo una sorta di competizione con gli altri tabloid come Mirror alla ricerca del titolo più sensazionale.
Man mano che i giornali scandalistici facevano a gara per le prime pagine più distorte, risultò evidente che “ le “anime nere” del movimento non fossero i propri adepti (come era accaduto in passato per punk, mod skinhead e hooligan calcistici),  ma i sinistri figuri che organizzavano i party e gestivano lo spaccio di MDMA.

Il 28 ottobre dell’88 la morte di un ventunenne, messa in relazione con l’assunzione d’Ecstasy, fornì ai giornali un ulteriore pretesto per legittimare la propria invettiva.
Il cambiamento di paradigma da parte dei giornali può essere ravvisato anche nella sospensione da parte del Sun delle magliette Smiley in favore di altri gadget che promuovevano campagne contro la droga.

Compariva anche un fumetto “Trip to Hell” (The Sun, 2 novembre 1988), in cui un diavolo camuffato offriva caramelle ai ragazzini invitandoli nella “Casa dell’acido”, e nel riquadro successivo lo zerbino davanti la porta d’entrata si trasformava nell’ingresso dell’Ade.


Vi era anche notevole confusione tra i redattori riguardo quale fosse realmente il pericolo nei confronti del quale mettere in guardia i lettori, e già il fatto che la scena fosse denominata Acid House creò numerosi malintesi e articoli imbarazzanti del Sun.

Sull’onda lunga del panico scatenato dai tabloid, anche il mondo dello spettacolo fu coinvolto in primo piano nella guerra all’ecstasy. Nelle radio nazionali infatti, i conduttori, che erano tra l’altro visti come personalità importanti nel mondo della musica ( vedi ad esempio Peter Powell, conduttore su Radio One) cominciarono a spendersi in campagne contro la droga e contro i rave, mentre i principali esponenti del mondo dello spettacolo (oltretutto frequentatori nonché animatori della prima fioritura di locali come lo Shoom) esortavano in maniera quasi paterna i ragazzi a divertirsi in maniera sana e genuina.

Va anche ricordato il fatto la BBC bandì la messa in onda di qualsiasi traccia musicale che riportasse la parola acid nel titolo.

Nel frattempo l’ondata repressiva era già cominciata, con i primi sgomberi, la polizia che impediva l’accesso ai rave, e l’uso da parte delle forze dell’ordine di “uomini rana” per assaltare le feste che, alle volte, si svolgevano sui barconi.
Da notare anche come la crescente competizione tra gli organizzatori creò le condizioni per cui anche negli eventi illegali la promozione aveva abbandonato la discrezione ed il richiamo ad un certo tipo di approccio alla festa, in favore di sensazionalistiche locandine che pubblicizzavano la maestosità dell’evento.

Nonostante questa nuova direzione che i rave stavano prendendo, nel 1989 si registrò una nuova esplosione di feste illegali, dovuta anche al fatto che i giovani accolserò con entusiasmo la nuova dimensione da “gioco del gatto col topo” e il fatto che il fatto stesso di dover raggiungere il posto della festa diventava sempre più entusiasmante.

Quando la polizia non riuscì a bloccare l’ingresso di un rave a Greenwich il Sun parlò di poliziotti in fuga di fronte a 3000 giovani in preda allo sballo, quasi come fosse una vittoria degli spacciatori nei confronti del governo, mentre la prima pagina del “News of the World” parlava addirittura di assalto da parte dei giovani contro la polizia.

Questa fase per durò poco, e i giovani divennero sempre più disillusi, in parte a causa della Party Unit che come detto prima stava portando a termine un vero e proprio giro di vite tra ravers ed organizzatori, in parte perchè le descrizioni sensazionalistiche dei nuovi promoter-imprenditori non riuscivano quasi mai a soddisfare le aspettative da loro stessi create.
Inoltre la polizia stava lentamente riuscendo ad impedire lo svolgimento della maggior parte delle feste, e la gente cominciando a stancarsi ritornò lentamente a frequentare eventi legali, che nel frattempo cominciavano a beneficiare di una maggiore permissività del governo e di licenze per tenere aperto fino a tarda mattina.

L’epoca dei grandi rave era ufficialmente terminata. Quasi per sancire la fine della stagione acid house venne varato l’Etertainment Act (presto noto come “Acid House Bill”), aumentando la pena economica prevista per l’organizzazione di eventi senza licenza fino a 20.000 sterline e alzando a 6 mesi il periodo di detenzione, nel 1990, anno in cui vi fu l’ultimo tentativo di realizzae un grande rave finito in un tragico arresto di massa che contò 836 persone.

Così si può considerare terminata la stagione Acid House, altresì nota come prima ondata raver, a cui seguirà poco più di qualche mese di silenzio, prima della ricomparsa del fenomeno rave sotto nuove forme, ma soprattutto finalmente politicizzato, con il rave di Castlemorton. Ma questa è un’altra storia.

Abbiamo visto quindi, seppur con diverse omissioni, cosa è accaduto nel biennio 88-89, la nascita, ascesa e declino della prima ondata raver. Nonostante l’essere preludio alle nuove forme che si darà il mondo dei rave ( dal rave hardcore, ai free party), questo biennio ha molto da insegnare, e ci lascia diversi spunti di riflessione, soprattutto riguardo il rapporto tra le culture giovanili e i media.

E’ evidente infatti che a partire dai primi sviluppi, l’acid house sia diventato un fenomeno mediatico, il cui futuro si è determinato in funzione anche della sua mediaticità. Non solo: il fenomeno repressivo è stato costantemente affiancato da una comunicazione, perlopiù giornalistica, costante e incisiva, agendo dunque in sincrono, secondo una modalità per cui le premesse poste dalla stampa fossero legittimazione più che sufficiente per l’intervento manu militari.

Se infatti, da una parte i raver prediligevano, a ragione, la comunicazione di nicchia (passaparola e flyer), dall’altra non bisogna dimenticare che l’Inghilterra della Thatcher vedeva un primato assoluto dei tabloid nella comunicazione di massa, per cui fu facile costruire da una parte l’identità di un soggetto da tutelare (i giovani indifesi vittime della droga), dall’altra quella del soggetto da reprimere (lo spacciatore).

La grande lezione che verrà poi lasciata dalle successive ondate, in particolare dopo Castlemorton nel ’92, sarà proprio quella di portare avanti non solo quella zona franca, coesiva e trasversale che fu alla base dell’esplosione del fenomeno, ma di farlo in maniera diversa e più consapevole, sottraendosi a determinati circuiti imprenditoriali e rivendicando la festa come diritto da esercitare anche nell’illegalità.

Cambieranno molte cose, dai nuovi riferimenti culturali (vedi Hakim Bey con il libro TAZ) ad una sempre maggiore inclusività dei rave, che portò all’arrivo di soggetti provenienti da altre scene come punk e travellers, dando nuova linfa vitale ad una cultura che sebbene sembrasse sul punto di morire, stava invece preparandosi ad accogliere il suo apice. Ma questa è un’altra storia.