Artificial Intelligence: l’intelligente divorzio della Warp – Recensione

Succede che nel 1992 già molta gente si era stancata della techno: stava soprattutto cominciando a diffondersi l’idea che la techno portasse con sé oltre una costitutiva ripetitività, anche un discreto portato di banalità. D’altronde le nuove tendenze, per lo più hardcore, del tempo, avevano lasciato basiti molti. Non a caso anche la R&S, etichetta di CJ Bolland che del rave hardcore era stato un iniziatore, abbandonò quella rotta.

Poco importava se questo fosse fondamento per un movimento di così grandi dimensioni: bisognava cercare di spingere al massimo le potenzialità offerte dalla tecnologia, e creare una musica che ne fosse espressione in tutto e per tutto. Quando anche diverse riviste come i-D iniziarono a dispensare opinioni e pareri che mettessero in luce i demeriti della techno in casa Warp ci si cominciò a rimboccare le mani per far nascere qualcosa di nuovo.

In questo contesto prese inizio nel ’92 la serie di album denominata Artificial Intelligence, di cui fanno parte i primi e fondamentali pilastri di quella che verrà chiamata IDM, la “techno intelligente” da Electro Soma di B12 a Incunabula di Autechre. Tuttavia fu il primo album, omonimo alla serie stessa, quello che mise in chiaro le posizioni e gli obiettivi della Warp e che definì concettualmente l’idea stessa del post-rave e delle sue sonorità.

Come dicevo prima l’idea era quella di spingersi ai confini della sperimentazione, toccando vette fino ad allora sconosciute, e creando quella che sarebbe diventata un’avanguardia musicale, nonché fautrice di un modo completamente ripensato di vivere ed ascoltare la musica elettronica.

Già la copertina di questa prima compilation ci dice molto: c’è un uomo comodamente seduto sul divano di casa a fumarsi un’onestissimo cannone, con a terra dei dischi, tra The Dark Side Of The Moon e Autobahn, ovvero due dischi emblematici di due periodi diversi, ma di cui furono a turno espressione d’avanguardia musicale, e di cui è evidente un’ambizione di continuità.
In copertina appare la frase “Are you sitting comfortably? Artificial Intelligence is for long journeys, quiet nights and club drowsy dawns. Listen with an open mind.”

E’ chiaro quindi che l’idea fosse anche di creare una scissione tra la musica elettronica e la sua componente danzereccia; d’altronde il riferimento ai due dischi sopracitati non è casuale, poiché bisognava che le persone si approcciassero a questo tipo di musica in maniera diversa, concentrandosi su di essa, senza doverne sfogare gli input ballando: parliamo infatti di “cibo per la mente”, una mente che andava quindi ad acquisire priorità assoluta rispetto al corpo.

Per realizzare tutto questo, si misero al lavoro quelle che diventarono le personalità più influenti e in certi casi pionieristiche della musica elettronica per come la conosciamo adesso, creando un prodotto dalle sonorità post-rave di altissima qualità (parliamo di un album attualmente considerato qualitativamente tra i migliori del genere, e siamo ancora nel ’92): dentro vi troviamo Aphex Twin che firma la traccia d’apertura sotto il moniker Polygon Window, seguito da Musicology (B12) che dà vita a due tracce, di cui la prima, Telefone 529, caratterizzata da synth ambient e da ritmi pacati che girano attorno ad una melodia che ricorre uguale per tutto il pezzo, mentre la seconda, Premonition, è chiaramente ispirata al periodo acid house, vediamo infatti sample di pianoforte e vocali femminili che rimandano senza dubbio a quel periodo.

Particolarmente degne di nota le due tracce di Autechre, fatte suoni metallici, batterie spezzata e fortemente irregolare che si accompagnano a semplici linee di basso e synth onirici: una musica mai ripetitiva, fatta per essere emblema del progresso sperimentale in musica, che si riflette anche nel ridotto investimento emotivo di cui risultano caricate le tracce, cosa che dunque ci da modo di introdurre qualche considerazione in più.

Spiritual High, con Up, sembra quasi voler far saltare l’uomo della copertina fuori dal divano, dando vita ad un climax scandito da un kick dritto e rinforzato da un piatto costante e ostinato, con un bleep acido seguito verso la fine da un synth cupo e disorientante, quasi a voler creare la perfetto ascensione estatica “da camera”.  Le ultime due tracce chiudono questo prodotto con un tono decisamente più pacato, in particolare gli ultimi 4 minuti firmati da Alex Patterson sono la fine perfetta di quello che è a tutti gli effetti un prodotto studiato e lavorato nel dettaglio per essere ascoltato con cura e dedizione.

Ci troviamo dunque di fronte ad un album pionieristico, creato da pionieri. Sarebbe opportuno però ragionare sull’efficacia di questa dicotomia tra musica intelligente e non, che poi altro non è che l’analogia tra hardcore e musica “stupida”. Da parte sua Reynolds parla di suoni spersonalizzati e di plastica, nonostante l’indubbia qualità musicale e il contributo che venne dato ai futuri sviluppi della sperimentazione in musica.

In quella che è stata un’invettiva dura, ma senz’altro legittima, sta a mio avviso una lezione importante, ovvero la capacità di guardare i prodotti culturali nel loro complesso e quindi anche rispetto agli effetti prodotti sul contesto. D’altronde fu proprio la musica stupida, l’eredità dell’acid house e della techno raccolte dall’hardcore, a creare movimento, a farsi collante tra gruppi sociali fortemente eterogenei tra loro, cosa che oltre ad essere riconosciuta dovrebbe anche aiutare ad eliminare quel velo di banalità che spesso si è poggiato su certe considerazioni.

Voltare le spalle a tutto questo potrebbe dunque significare solo tracciare una bisettrice tra due modi differenti di fruire di prodotti culturali altrettanto differenti, delegittimandone uno per affermare l’altro, nonostante entrambi con pretese totalmente divergenti e non confliggenti, e che quindi non possono essere differenziate in termini qualitativi.

E’ possibile quindi guardare a questo prodotto come la pietra angolare di un percorso ancora inconcluso di ricerca e sperimentazione, che prevede un certo tipo di fruizione della musica, senz’altro individuale, ma sicuramente capace di farci fare esperienze musicali altrimenti non toccabili con mano: quel cibo, insomma, per la nostra “mente aperta”.