acid PSX

Acid PSX: come siamo cresciuti ascoltando musica da rave senza (?) saperlo

Capita di passare alle volte il weekend in casa: sono serate passate in un limbo fatto di apatia e disillusione, con la ferma consapevolezza che qualsiasi cosa stia accadendo là fuori potrebbe essere potenzialmente figa, o perlomeno più della propria condizione attuale.

Capita anche, alle volte, di rifugiarsi in qualche isola felice della propria memoria, rispolverando quanto di più improbabile abbiamo fatto o visto o sentito. E’ esattamente in un momento del genere che a chi scrive è capitato di rispolverare quelli che furono i gloriosi anni in cui si giocava alla Playstation 1.  Nonostante sia un periodo ormai terminato da anni, devo ammettere che di quei personaggi, di quei mondi incredibili, di quelle precoci bestemmie tirate davanti ad uno schermo catodico a bassa risoluzione ho ancora un ricordo abbastanza vivido. Una cosa che invece non ricordavo quasi per nulla erano le colonne sonore, con l’esclusione del famoso FIFA 99 (come anche dei successivi) che annoverava, tra gli altri, Rockafeller Skank di Fatboy Slim.
 

Ora, a posteriori penso che quella superficialità fosse data da un orecchio ancora non attento a certi tipi di sonorità, ma allo stesso modo potrei dire che la mia successiva frequentazione di feste e rave ha indubbiamente acuito questa sensibilità, o perlomeno quel tanto che basta per godermi quelle soundtrack oggi più di allora.

Il primo che potrei citare è anche uno dei giochi che mi piacevano meno (facevo schifo), ovvero Gran Turismo. Al di là di qualsiasi odio o passione per i motori, la opening song era un bellissimo remix dei Chemical Brothers dei Manic Street Preachers: una traccia in pieno stile Chemical Brothers, big beat dai ritmi spezzati, un cantato va a dissolversi lasciando spazio a basse frequenze gonfie e ruggenti che fanno il paio con i suoni striduli e graffianti. È pur sempre il 1997: l’estetica del rave inglese, grazie proprio ad artisti come i Chemical, ha ormai pervaso mondi solo apparentemente distanti tra loro, abbinandosi in questo caso al mondo dei motori e del gioco virtuale, fatto anch’esso di velocità, di frenesia e di tutto lo spirito dell’epoca. 

Ammetto che mi piacevano un sacco i platform, con cui ho speso davvero tanto tanto tempo. Probabilmente ero affascinato da quel mix di colori, personaggi abbastanza strambi e musica totalmente sintetica e anfetaminica. Tuttavia si parla si musica di qualità, frutto di una sperimentazione non banale, per quanto alle volte potessero sembrarlo le melodie e le atmosfere evocate. Prendiamo un altro esempio: Ape Escape, il gioco dove bisognava catturare scimmie fuori controllo con un retino gigante. Ebbene, la colonna sonora era composta da Soichi Terada, maestro della musica elettronica nipponica. le sonorità, per quanto influenzate dal tema del gioco, riflettono lo stile del loro artefice, che nella maggior parte dei casi dà loro un’impronta tendente nettamente alla jungle, in alcuni casi con melodie e synth tipicamente rave (si veda ad esempio la traccia 20), anche se non mancano forti richiami alla techno, alle volte oscura e tagliente (traccia 33). 

Parlando di platform non posso non citare il mio preferito, ovvero Crash Bandicoot, di cui ogni soundtrack a riascoltarla è un gioiellino. Posto qui la mia preferita, ovvero la prima, ancora intrisa di quel fascino tropicale che ha sempre caratterizzato il mio amato marsupiale.

Credo a questo punto che sia giusto chiudere la nostra breve carrellata con quelle che secondo me sono state la soundtrack più valide, nonché più emblematica del discorso che sto provando a fare emergere in queste righe. Parlo della saga WipeOut, un gioco di corse i cui partecipanti era velocissime navicelle spaziali che gareggiavano in piste futuristiche. 

La colonna sonora del terzo e ultimo episodio, ad esempio, è composta praticamente da alcuni artisti centrali nella scena degli anni 90: Orbital, Chemical Brothers, Sasha, Paul Van Dyk, Underworld. 

Tuttavia la colonna sonora dell’episodio precedente,WipeOut 2097, è mio avviso da considerarsi un piccolo capolavoro: vi hanno contribuito, anche in questo caso, gli artisti cardine del periodo. Abbiamo i Prodigy, con la riottosa Firestarter, seguiti dai Chemical Brothers di Die Your Own Hole. Si prosegue poi con Future Sound of London,  per poi prendere un’ultima rincorsa con degli Underworld marcatamente trance, ed infine perdersi nella psichedelia di Cold Storage. Al di là dei commenti sulle singole tracce, a mio avviso tutte validissime, la cosa sorprendente sta nell’effetto generale dato dal videogioco nel suo complesso. Parliamo di un prodotto che nasce per fare esperire in maniera soggettiva un’idea precisa di futuro, caratterizzato dalla velocità e dal trionfo di una tecnologia le cui potenzialità rendono il contatto con essa un’esperienza a tratti psichedelica, come lo sono del resto i suoni delle macchine. Ecco che la traiettoria di una astronave in corsa rima perfettamente con la “traiettoria” di una bassline acida, il motore, capace di velocità siderali, diventa un pattern di drum “alieno” nel suo essere pensabile umanamente solo grazie all’uso della tecnologia. 

È chiaramente una musica fatta da macchine, pensata per essere riprodotta da una macchina esperita per la prima volta in maniera davvero soggettiva. Sebbene parliamo di qualcosa di vecchio, di una macchina ancora non matura come oggi, eppure era la prima che si riusciva ad esperire, in una modalità così immersa e soggettiva, le potenzialità del mondo virtuale, il poter spingere ad un livello più alto quella voglia diffusa di superamento di un limite umano. E sono convinto che la musica abbia giocato in questo un ruolo centrale, rendendo quelle immagini ancora a scarsa risoluzione più significanti dalla prospettiva del fruitore. 

🐞 Segui BUGzine su Facebook ed Instagram.