40 anni di London Calling dei Clash, il disco che ha spaccato il punk

London Calling festeggia 40 anni, album pilastro per due generazioni, simbolo di un intero genere che ha saputo dare nuova linfa vitale al punk.

È il dicembre del 1979,  la spinta esplosiva del punk sembra ormai aver intrapreso la via della discesa: non c’è più l’euforia data dall’uscita di Never Mind The Bollocks dei Sex Pistols, le rivolte del ’77 vanno verso un periodo di riassestamento e di riorganizzazione. Poteva quasi essere, dunque, la fine di una speranza di libertà e ribaltamento del sistema, serviva un’azione simbolica che riaccendesse gli animi, era necessario qualcosa che, al pari di Johnny Rotten e compagni, spaccasse nuovamente l’opinione ma soprattutto che spaccasse il punk. Chi poteva farlo se non i Clash?

La band di Londra, probabilmente grazie all’estro creativo del genio di Joe Strummer, ha sempre avuto quel quid in più rispetto a tutto il panorama punk dell’epoca. Le culture underground, purtroppo, affrontano con reticenza l’innovazione, lo si vede oggi nel rap rispetto alla diffidenza (per usare un eufemismo) con la quale la vecchia scuola giudica le nuove sonorità, paura questa che però ha rischiato di far stagnare questi movimenti. Lo stesso fenomeno stava mettendo a repentaglio la forza del punk.

Ma se fino all’uscita di London Calling, i Clash, non si erano sbilanciati troppo nell’esplorare nuove sonorità, questo era il momento giusto per una seconda rivoluzione.
Finita la rabbia e l’esplosività dei primi anni del punk si rischiava di perdere tutto quello che si era costruito sulle macerie di ciò che si era voluto distruggere e così London Calling genera nuove macerie su cui creare qualcosa di ancora più solido e che avrebbe influenzato generazioni di musicisti per i decenni a venire.

Il primo punto di rottura col passato è sicuramente l’aspetto tecnico-musicale del disco: abbandonano i suoni rudi e impattanti dei due album precedenti, influenzati dalle band che hanno contribuito alla formazione del genere per giungere alla contaminazione con molti altri generi musicali, dimostrando un eclettismo più unico che raro per l’epoca.

Strummer, Simonon, Jone e Headon danno vita a una commistione di suoni che rievoca culture da tutti i lati del globo, dentro London Calling troviamo jazz, reggae, r’n’b, funky, rock n roll e rockabilly, l’album risente sicuramente della nuova ondata di ska che sta travolgendo Londra con il Two Tone (è proprio del ’79 l’esordio dei The Specials). Anche la scelta degli strumenti è insolita per un gruppo punk: trombe, tastiere, tamburi. Insomma London Calling è un disco che anche senza liriche parla già al mondo e parla di una collaborazione tra i popoli e, soprattutto, classi oppresse, da Londra alla Jamaica, dagli States al continente africano.

I testi sono, invece, testimonianza della straordinaria capacità da scrittore di Strummer che, con Mick Jones, dà nuova forma alla rabbia e alla voglia di ribellione del punk, testi meno incisivi e diretti rispetto ai precedenti album ma più poetici, si da spazio a quello che potrebbe essere uno storytelling ante-litteram, si racconta qual è la situazione tragica al momento della stesura di quelle parole, si raccontano momenti delle rivolte come in The Guns Of Brixton (per quanto questo brano sia stato scritto da Simonon) o storie di ribelli e reietti.

Per essere un disco registrato in uno scantinato, London Calling, rivoluzionò tutti gli ambiti possibili per un album punk e, all’epoca, non fu visto benissimo, il nocciolo duro della scena urlò alla svendita del genere al mercato mainstream, prendendo a esempio canzoni come Lost In The Supermarket, con le sue sonorità marcatamente pop, si imputa ai Clash perfino l’abbandono di sonorità graffianti ed esplosive classiche del punk fino a quegli anni. Insomma non fu accolto a braccia aperte dalla scena, e ad oggi viene da chiedersi se fossero giusti questi giudizi.

London Calling ha aperto alla band la strada del successo portando grandi introiti ai componenti. Le domande da porsi sono se il solo successo e il passaggio nel mainstream siano in grado di far perdere credibilità a una band, se il punk sia solo urlare in un microfono la propria rabbia, farsi una cresta e riempirsi di piercing (tutte scelte assolutamente legittime e condivisibili, sia chiaro) oppure più un’attitudine nel voler sempre ribaltare lo status quo, rivoluzionare completamente tutto e in ogni momento.

E alla fine i Clash con questo album fecero proprio questo, quando il punk sembrava ormai chiuso dentro i suoi stessi schemi furono in grado di rompere la gabbia e tirarono fuori un disco che influenzò un numero impressionante di band che tanto hanno dato al punk e soprattutto hanno portato nel mercato musicale su larga scala contenuti che parlano di rivolte e libertà.
Un’insegnamento che forse, chi fa parte della scena, dovrebbe tenere a mente anche al giorno d’oggi quando giudica come qualcosa di estraneo progetti del calibro di Turnstile e Rat Boy.
Perchè alla fine il mainstream non è un mostro da combattere ma da sfruttare.

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